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di Roberto Suggi Liverani
Nascita di un'idea (1926 - 1945)
1. Il dibattito tra le due guerre Soltanto dopo le due guerre mondiali, considerate "fratricide", l'idea di Europa sempre sognata ed idealizzata si è trasformata in un progetto politico concreto. Numerosi sono stati gli intellettuali, che già prima delle guerre avevano riflettuto sull'idea d'Europa. Uno degli argomenti dibattuti riguardava il declino dell'Occidente, con il significativo pensiero di Spengler, riassunto nell'opera "Il tramonto dell'Occidente", al quale si accostavano altri intellettuali come André Gide, Paul Valery e Julien Benda che ritenevano necessaria una ricostruzione dei valori comuni ed estetici dell'Europa, come presupposto fondamentale per l'unità. Altri intellettuali, invece, pensarono l'Europa come una necessità geopolitica dinanzi alle grandi potenze, come l'Unione Sovietica, gli Stati Uniti e il Giappone. Su questa linea di pensiero, si mosse il famoso conte austriaco Richard Coudenhove Kalergi che divenne successivamente fautore dei primi movimenti federalisti in Europa. Altro pensatore di riguardo fu Ortega Y Gasset, il quale già vedeva l'Europa come una realtà esistente e costituita; e insieme a lui vi era Jacques Leclerq che ormai considerava l'Europa come un fenomeno inevitabile. Diversamente, l'Europa, secondo la visione di Churchill, doveva essere subito formata per difendersi dal pericolo dell'incombente fenomeno della bolscevizzazione. Churchill si fece promotore per la creazione degli Stati Uniti d'Europa e per altri importanti eventi che caratterizzarono i primi movimenti federalisti, senza tuttavia implicare direttamente la Gran Bretagna nella politica di unità continentale. Difatti, stante un'intervista rilasciata sul giornale "Saturday evening post", Churchill fece comprendere come la Gran Bretagna non facesse parte del continente europeo, ma, diversamente, fosse invece una potenza imperiale legata a diversi continenti. Per il ministro francese Briand, l'Europa non doveva essere unita ma divenire un'unione. Ciò significava che ogni progetto multilaterale economico e politico sarebbe stato accettato ad eccezione di non compromettere la sovranità politica di ciascun stato che ne avrebbe fatto parte. Ed insieme a Briand vi era la lungimirante posizione dell'economista Strasemann il quale già auspicava la circolazione di una moneta unica, mentre il britannico Keynes vedeva nell'impasse creata dalle dogane un forte vincolo alla rinascita economica e di conseguenza politica dell'Europa. Al momento della crisi economica che culminò nel crollo della borsa di Wall Street, le misure di politica economica protezioniste operate dagli Stati Uniti e conseguentemente dal Regno Unito e da altri stati, misero in crisi il settore statunitense delle esportazioni. Per questo motivo, per i democratici americani, l'unica via per risolvere la crisi era di sviluppare ed incentivare gli scambi internazionali con gli altri paesi. Molti autori, allora, auspicarono anche un'unità europea dal punto di vista economico. Tra questi si annoverano i francesi Eduard Henriot e Yves Le Trocquer. La crisi economica statunitense si propagò anche in Europa e questo fu un altro motivo che spinse l'economista francese, Francis Delais, a progettare un insieme di riforme economiche e un piano di ricostruzione e di comunicazione in tutta Europa, comprendente strade, ferrovie, canali, e così via. Nel frattempo, mentre ogni stato cercava di risolvere i problemi economici causati dalla recessione statunitense, nel 1935 l'appello del conte Kalergi si disperdeva e così anche il suo movimento paneuropeo, oscurato e contrastato dal dilagare del nazismo che concepiva l'Europa in un modo completamente diverso. Essa, secondo la visione nazista, si sarebbe dovuta creare sotto l'egida della razza ariana e della Mittleuropa che ne avrebbero rappresentato l'insieme politico ed economico, contro il pericolo degli ebrei, del comunismo e delle altre potenze.
2. L'unità europea e la Resistenza
L'idea di Europa fu caldeggiata dalla Resistenza dei paesi europei, tuttavia, essa non riuscì a prendere corpo in movimenti organizzati e concreti. Questo aspetto si collega indubbiamente all'ideologia marxista - lenisista, che fu alla base ideologica e politica di numerosi movimenti della Resistenza; in essa, lo stesso concetto di Europa unita urtava con il concetto di lotta di classe e con l'internazionlismo marxista. E oltre a ciò, secondo la visione di Lenin, tale idea era utopica perché presupponeva un'equilibrio delle economie dei paesi d'Europa e dunque una mancanza di differenza economica tra i vari paesi e dunque tra le varie classi sociali. Da questa mancanza non poteva nascere la dialettica e lo scontro servo/padrone riflesso nel rapporto proletariato/borghesia e di conseguenza la stessa esortazione alla lotta di classe sarebbe venuta meno insieme ad altri presupposti che sono alla base dell'ideologia comunista. In Francia, la Resistenza da parte dei gruppi "Combat" e "Cahiers politiques" avevano abbozzato qualche idea di Europa unita. Il partito MRP, il "partito della fedeltà a De Gaulle", al contrario, non aveva fatto alcun accenno all'Europa nel suo programma politico. Diverse, invece, erano le problematiche che premevano il generale, prima fra tutte, quella della ricostruzione della Francia nel dopoguerra. In Germania, la resistenza è stata denominata "spirituale" proprio per il motivo che non ha agito nel concreto come le altre resistenze europee. Uno dei più importanti punti di riferimento della resistenza tedesca è rintracciabile nel circolo "Kreisaeur". Questo gruppo credeva nella federazione dei paesi d'Europa e dunque poneva fiducia nel conferire sovranità politica all'Europa a discapito di quella di ogni singola nazione. Invero, era arrivata ad idealizzare una moneta unica, un'economia comune e libera, priva di barriere doganali. Sempre nel panorama della resistenza tedesca, sono da ricordare le figure di Goering e Junger che arrivarono a sperare un'unione dei popoli d'Europa. Riguardo agli altri paesi, Belgio, Olanda e Lussemburgo, la Resistenza non segnò alcun riferimento all'Europa in senso federale. Nondimeno, nel 1943, Van Zeeland, primo ministro belga propose l'unione doganale tra i paesi del Belgio, Lussemburgo e Olanda. Si configurava così una prima idea di libero scambio tra questi paesi, voluta anche dal lussemburghese Joseph Bech che a suo avviso, avrebbe potuto comprendere anche quel territorio tedesco che doveva formarsi secondo le disposizioni del piano Morgenthau, successivamente abbandonato.
3. Il Manifesto di Ventotene: realtà e utopia
In Italia, il movimento della Resistenza ha favorito invece iniziative particolarmente importanti. Diverse sono state le personalità che hanno riflettuto sull'Europa e che hanno contribuito in modo concreto alla sua formazione. Le prime idee cominciarono già a fermentare prima della guerra, durante il ventennio fascista. All'epoca, nel 1918, Luigi Enaudi pensava ad un'entità istituzionale in grado di sostituire la Società delle Nazioni. Quest'entità istituzionale doveva considerarsi come una sorta di super - stato al quale spettava una sovranità superiore rispetto ai singoli stati che ne avrebbero preso parte; per di più, il disegno di Enaudi prevedeva che tale super stato avesse un proprio esercito, una propria amministrazione e potesse regolamentare le attività finanziarie in modo indipendente. Tale visione federalista di una possibile unità europea era condivisa anche da Giovanni Agnelli, Filippo Turati e Attilio Cablati. Accanto a queste personalità, vi era quella di Carlo Rosselli, futuro fondatore del Partito d'Azione, che fu uno dei partiti più votati ed inclini alla federazione europea. Carlo Rosselli, già nel 1935, auspicava la creazione di un'assemblea federale europea e riteneva fondamentale creare un ponte di contatto culturale tra le masse e l'ambito progetto federale di un'Europa unita. Queste due esigenze trovarono dispiegamento nella formazione del primo Movimento Federale Europeo (MFE) che nacque in Italia nel 1943, seguito dalla formazione di quello francese nel 1944. Ritornando al PdA, il Partito d'Azione di Rosselli, esso si distinse tra gli altri partiti italiani antifascisti nell'apportare un serio contributo al federalismo europeo. All'esecutivo del partito vi era Altiero Spinelli, il redattore del Manifesto di Ventotene. Il programma politico del Partito d'Azione, riprendeva i punti chiave indicati da Rosselli ed inoltre chiedeva allo stato italiano di fissare nella propria costituzione la possibilità di trasferire la sovranità politica ad una federazione europea, e che la politica estera italiana non potesse impedire l'adesione ad una federazione europea. Queste erano delle richieste fondamentali che distinguevano il Partito d'Azione da tutti gli altri per la causa europea. Mentre la democrazia cristiana non assumeva posizioni determinate, concependo un'unione non in senso strettamente europeo ma priva di limiti, dove paradossalmente anche l'Unione Sovietica ne avrebbe potuto prendere parte, il PSIUP, inizialmente influenzato dall'alleanza con il PCI, al momento della rottura, auspicò una federazione europea priva di alcuna base ideologica. Diversamente, per il PCI, ci volle molto tempo, prima di approdare ad idee in senso europeista. Pensatori moderati rimanevano Einaudi, insieme a Silvio Trentin fondatore del gruppo francese "Libérer et Fédérer", Eugenio Colorni, Carlo Rosselli ed Altiero Spinelli. Tutti questi pensatori erano stati influenzati dal pensiero del gruppo anglosassone "Federal Union" composto da Lord Lionel Robbins e Lord Lothian che mossi contro l'imperante nazionalismo economico negli anni '30, desideravano una federazione europea. Ma il contributo di Altiero Spinelli, mediante il famoso Manifesto di Ventotene si porta ben oltre le richieste del "Federal Union". Nel Manifesto, scritto durante la prigionia a Ventotene, insieme a Colorni e a Rosselli, Spinelli ritiene necessaria la creazione di un'Europa unita, con una rivoluzione che si sarebbe dovuta spiegare in ogni ambito, da quello economico, a quello sociale, culturale e politico. La federazione europea doveva surrogare l'istituzione dello stato - nazione. Tale progetto voleva scardinare i limiti dello stato - nazione, della localizzazione delle rispettive culture nazionali, e creare un movimento di ampio respiro che potesse coinvolgere un numero sempre più grande di persone, mediante l'attività di veri e propri professionisti impegnati in questa causa. E il federalismo spinelliano si pose subito come un'ulteriore visione internazionale che si scontrò ben presto contro quella dell'internazionalismo marxista.
4. Crisi del federalismo nel secondo dopoguerra
Nel secondo dopoguerra, il federalismo segnò una pesante sconfitta sul piano culturale e politico. Ciò accade in quasi tutte le nazioni ove il federalismo era cominciato a svilupparsi. In Francia, la posizione di De Gaulle può essere riassunta nella frase "le bureaux restent, le bureaux administrent", dove non vi era alcun accenno ad un possibile cambiamento istituzionale a livello nazionale. Anzi, il generale ripiegava su una posizione di status quo. In Gran Bretagna, i laburisti al governo si impegnarono in un serio programma di ricostruzione nazionale, cercando di formare un modello di stato sociale che sarebbe poi divenuto modello da imitare per gli altri paesi. In Italia, anche il Partito d'Azione subiva un declino. Generalmente il federalismo perse interesse proprio perché i singoli governi e la sfera politica di ogni stato, erano direttamente impegnati nella questione sociale ed economica dei rispettivi paesi. Ciò comporto un allontanamento politico e culturale dal federalismo, dato che tale progetto richiedeva degli elementi che non erano ancora disponibili dal punto di vista sociale e che per lo più, a livello di massa, erano totalmente respinti a causa dello shock della guerra e dell'alienazione che essa ha seminato tra i popoli europei. Già nel 1945, Spinelli abbandonava il MFE italiano, mentre all'indomani della guerra, si profilava già una nuova via, quella del funzionalismo, segnata dal pensiero dell'economista rumeno David Mitrany.
Il piano Marshall e il blocco occidentale
I prodromi della "guerra fredda" si fecero subito evidenti
all'indomani della seconda guerra mondiale. E negli USA, in
particolare, tali prodromi si riflessero nel rapporto tra il
segretario di stato Byrnes ed il presidente Truman.
Nel 1946, Byrnes, tardava a rendere noto al presidente il rapporto
Ethridge sulla politica estera sovietica. Motivo di tale ritardo era
legato alla politica di Byrnes, sempre mossa in direzione di un
possibile compromesso. Il rapporto Ethridge poneva in luce molti
aspetti della politica estera sovietica, che risultavano palesemente
inconciliabili con qualsiasi politica atta al compromesso; in breve,
nel documento, l'Unione Sovietica era accusata di attuare una politica
imperialista.
Truman, ricevuto il rapporto, rimproverò Byrnes e gli scrisse una
lettera nella quale manifestava un chiaro rifiuto per una politica di
compromesso nei confronti dei sovietici.
Nell'agosto del 1946, Churchill fu invitato da Truman a Fulton, una
località nel Missouri, dove il celebre statista inglese pronunciò il
famoso discorso che passò alla storia come quello della "cortina di
ferro":
"Da Stettino sul Baltico a Trieste sull'Adriatico una cortina di
ferro è calata sul continente. Al di là di questa linea vi sono tutte
le capitali dei vecchi Stati dell'Europa centrale e orientale.
Varsavia, Berlino, Praga, Vienna, Budapest, Belgrado, Bucarest e
Sofia, tutte queste città così famose e le popolazioni che vivono in
esse si trovano nella sfera sovietica e sono soggette, in vario modo,
non solo all'influenza sovietica ma anche a un grado assai elevato di
influenza e di controllo da parte di Mosca".
Oltre a ciò, Churchill affermò che l'Unione Sovietica non cercava la
guerra ma ambiva ad "un'espansione senza limiti della sua potenza e
delle sue dottrine".
A conferma delle parole di Churchill e delle preoccupazioni di Truman
vi era già stato il telegramma di George Kennan, un rapporto di 8000
parole che prese l'appellativo di "lungo telegramma" e che fu
pubblicato nel luglio del 1946 sulla rivista "Foreign affairs" in
forma anonima. Nel rapporto Kennan erano contenuti dei chiari moniti a
non fidarsi della politica estera dell'URSS, basata essenzialmente su
fattori interni e sul senso istintivo di protezione ed insicurezza che
attanagliava i sovietici. Dopo varie analisi, il rapporto suggeriva di
impostare la politica estera statunitense su una linea di contenimento
piuttosto che su quella del compromesso.
Fu anche per questo motivo che Truman nella lettera indirizzata al
segretario di Stato, lo ammonì dicendogli di non "coccolare più i
sovietici".
Questa nuova impostazione segnò una grande svolta per la politica
estera statunitense, dapprima centrata sullo scopo di persuadere i
sovietici ad una possibile coesistenza pacifica sul piano delle
relazioni internazionali.
Nel frattempo, nel settembre del 1946, Churchill pronunciava un altro
discorso presso l'università di Zurigo, portando le sue riflessioni
sulla Germania divisa e sul pericolo incombente della sua
"bolscevizzazione". Secondo l'opinione di Churchill, il bolscevismo
avrebbe potuto conquistare la Germania e di conseguenza l'intero
continente europeo. Da questa minaccia, nasceva l'esigenza di puntare
l'attenzione sulla Germania divisa e di evitare che essa cadesse
completamente nelle mani dei sovietici. Ed è proprio in questo ambito
che la nuova strategia statunitense cominciò a fare i primi passi.
Dalle conferenze di Yalta e Potsdam, le potenze vincitrici si erano
già accordate sulla ricostruzione della Germania. Tali accordi
comprendevano la politica di ricostruzione, con due limiti: il primo
riguardava il rispetto nei confronti dei bisogni vitali ed
assolutamente necessari per il popolo tedesco, il secondo, il fatto
che la Germania doveva essere governata economicamente in maniera
unitaria e non divisa.
Ben presto la situazione cambiò volto e vennero meno questi due
principi. Il primo fu violato nel momento in cui ogni potenza cominciò
ad amministrare la rispettiva zona d'occupazione secondo i propri
interessi e vantaggi, cercando, nel contempo, di guadagnarsi il favore
della popolazione locale, senza prestare rispetto al principio d'aiuto
indiscriminato.
I Francesi fecero di tutto per strappare le terre della Renania e
della Saar e desideravano che la regione della Ruhr fosse posta sotto
il controllo internazionale. I Sovietici, diversamente, confiscarono
ogni bene dei nazisti, promossero un'intensa riforma agraria che
confiscava qualsiasi terra superiore ai 250 acri e provvedeva a
distribuirla a nuovi proprietari con una estensione di 40 acri
ciascuna. Oltre a ciò, ogni banca fu chiusa, i capitali e i conti
fermati ed ebbe inizio la nazionalizzazione delle industrie. Infine
gli inglesi e gli statunitensi cercarono di attenersi per lo più agli
accordi di Yalta e Potsdam.
Il secondo limite, invece, fu violato quando le potenze rifiutarono
di cooperare insieme nella ricostruzione economica del paese. La
frattura più palese si produsse tra l'Unione Sovietica e le restanti
potenze. Tale frattura si fece più grande nel momento in cui Byrnes
propose ai quattro paesi un trattato di garanzia (accanto a quello di
pace), secondo il quale la Germania sarebbe rimasta occupata
militarmente per impedire un qualsiasi riarmamento. Questo trattato di
garanzia non piacque ai Sovietici e rappresentante di questo rifiuto
fu Molotov, che accusò Byrnes e gli alleati di vendicarsi contro il
popolo tedesco e di impedirne in tal modo la rinascita. In questo
senso, l'Unione Sovietica voleva ergersi come paladino della rinascita
del popolo tedesco, tenendo politicamente sotto controllo tutto il
territorio. Ma il profilarsi dell'idea di Byrnes che in sé,
comprendeva lo stanziamento di truppe militari inglesi, americane e
francesi, avrebbe reso più difficile il progetto sovietico.
Successivamente, la proposta di Byrnes trovò accordo con la Gran
Bretagna di Bevin, il quale espresse l'ulteriore intenzione di unire
le rispettive zone d'occupazione sotto un'amministrazione anglo -
americana. Ed è in questa fase che la frattura e l'impossibilità di
amministrare economicamente la Germania in modo unito, si resero
evidenti; anzi, la politica statunitense in Germania, considerata la
situazione molto grave, puntò esclusivamente sull'unificazione delle
tre zone sotto un'amministrazione congiunta, piuttosto che muovere dei
passi in direzione dell'Unione Sovietica. E allo stesso tempo, la
frattura assumeva anche un aspetto politico: ogni potenza cercava un
supporto ed un'alleanza politica nella rispettiva zona d'occupazione.
Gli statunitensi la cercarono tra i cattolici - popolari e i liberali,
mentre gli inglesi laburisti tra i socialdemocratici, ed infine i
sovietici con i comunisti e i socialisti di sinistra.
In seguito, fu chiaro il discorso di Byrnes tenuto a Stoccarda nel
settembre del 1946, nel quale il segretario di stato parlando in nome
degli Stati Uniti prometteva alla Germania e al popolo tedesco una
corretta ricostruzione, un supporto politico ed economico. Tuttavia,
egli aggiunse che "se una unificazione completa non poteva avere
luogo, faremo di tutto per assicurare la massima unificazione
possibile".
Byrnes fece chiaro anche il rapporto tra nazismo e popolo tedesco e
disse:
"Gli Stati Uniti non possono alleviare le sofferenze inflitte alla
Germania da una guerra che è stata iniziata dai suoi capi. Ma essi non
intendono in alcun modo accrescere tali sofferenze né impedire ai
Tedeschi di cercare la via per uscire da tali sofferenze a condizione
che essi rispettino i principi di libertà e seguano la via della pace.
Il governo americano intende restituire il governo della Germania al
popolo tedesco. Il popolo americano intende aiutare il popolo tedesco
a riconquistarsi un posto onorevole nel consesso delle nazioni libere
e pacifiche del mondo".
Il discorso di Byrnes ebbe una larga eco in Germania e fu apprezzato
da molte autorità tedesche.
A rendere concrete le parole del segretario di stato, prima della fine
del suo incarico, fu l'unione delle zone anglo - americane stipulata
il 2 dicembre 1946.
Nel gennaio 1947, Byrnes fu sostituito da Marshall e nel marzo, a
causa della posizione isolata in cui si ritrovava la Francia di
Bidault a causa della creazione della bizona anglo - americana, si
stipulò il trattato di Dunkerque, che consisteva in una mutua garanzia
tra Inglesi e Francesi, contro una possibile rivalsa tedesca. Da un
lato, ciò obbediva alle esigenze francesi di "rientrare" nella
questione tedesca, e dall'altro, a quelle inglesi finalizzate a
costituire una sorta di "raggruppamento euroccidentale" dinanzi alla
spinosa questione della Germania divisa.
Nel contempo, la situazione in Grecia si faceva sempre più
preoccupante. La Gran Bretagna, ormai, non era più in grado di
sostenere economicamente le proprie truppe in Grecia e il suo governo.
In più, i tentativi da parte dell'opposizione e dei comunisti
rendevano l'impegno britannico sempre più costante, a tal punto che
gli stessi britannici dovettero avvertire segretamente gli Usa che da
marzo non avrebbero potuto più far niente per la Grecia, parlando
anche della conseguente caduta in mani sovietiche e degli effetti
imprevedibili che avrebbe causato nell'area mediterranea. Truman prese
in considerazione la possibilità di concedere ai britannici un
prestito finanziario per cercare di avviare una ripresa economica. Era
necessario far importare più prodotti possibili dalla Gran Bretagna.
Naturalmente il prestito doveva essere attuato ad una condizione: la
convertibilità della sterlina in tutti i paesi del Commonwealth, una
fattore fondamentale e decisivo per il riavvio del commercio mondiale
e per aprire i mercati del commonwealth anche a quello statunitense.
Tale convertibilità doveva attuarsi a partire dal febbraio del 1947 ed
un anno dopo avrebbe dovuto essere completamente effettiva.
La Gran Bretagna accettò e sul piano di questa situazione
internazionale si concepì la "dottrina Truman", presentata in un
discorso che il presidente fece il 12 marzo. Truman si rivolse al
Congresso per chiedere gli aiuti economici da fornire alla Grecia e
alla Turchia, per evitare che esse cadessero sotto l'influenza
sovietica. La Turchia, oltre alla Grecia, era considerata nell'ottica
statunitense come un paese fondamentale nell'area mediterranea. Per
questo motivo, l'aiuto era da destinarsi ad entrambi i paesi, con lo
scopo di esprimere un chiaro impegno statunitense contro l'espansione
dell'orbita sovietica.
Truman, difatti, concluse il discorso affermando:
"I semi del totalitarismo trovano alimento nella miseria e nel
bisogno. Essi si diffondono e crescono nella terra cattiva della
povertà e della conflittualità. Essi raggiungono la massima crescita
quando le speranze di un popolo in una vita migliore cessano di
esistere. Dobbiamo tener viva questa speranza. I popoli liberi del
mondo guardano a noi per cercare appoggio nella difesa delle loro
libertà. Se esitiamo nella nostra funzione di guida, possiamo mettere
in pericolo la pace del mondo e certamente metteremo in pericolo la
prosperità della nostra nazione. Grandi responsabilità sono state
poste sopra di noi dalla rapida corsa degli eventi. Ho fiducia che il
Congresso affronti queste responsabilità compattamente".
Il presidente riuscì ad ottenere la legge per i fondi dedicati alla
Turchia e alla Grecia il 22 maggio, con qualche opposizione a
riguardo.
Con quel discorso fu chiara la nuova linea di politica estera lanciata
dal presidente: gli Stati Uniti si sarebbero impegnati nel soccorrere
quei paesi minacciati dal totalitarismo e avrebbero impedito qualunque
cosa pur di non lasciare ai sovietici mano libera nella loro
espansione.
Le reazione sovietiche, al discorso di Truman, non furono allarmanti.
Stalin si limitò a notare che tali provvedimenti indicati da Truman
non riguardavano quella parte d'Europa già sotto il controllo
sovietico.
Ma accanto al discorso del presidente, secondo un disegno di più ampio
respiro degli statunitensi, si rese famoso quello di Marshall, tenuto
all'università di Haward il 5 giugno 1947.
Nel discorso fu presentato un vasto progetto di aiuti economici
destinato in gran parte alla ricostruzione dei paesi europei. Tale
progetto fu avanzato considerando un quadro dei seguenti fattori: la
crisi politica - economica e l'inflazione sempre più elevata che
colpiva gli stati europei; i problemi del commercio internazionale e i
rischi derivanti dal grave sbilancio fra la disponibilità per il
fabbisogno di dollari necessari a rendere possibile un rapporto
economicamente vitale fra l'Europa e gli Stati Uniti; la scelta
politica voluta allora dal governo statunitense di chiarire una
situazione internazionale precaria.
Tutti questi fattori pesarono nella scelta di Marshall e
dell'amministrazione statunitense e nella progettazione degli aiuti.
Oltre a ciò, la discussione sulla forma di stato tedesca che si accese
tra le potenze vincitrici, spinse gli anglo - americani a cooperare
maggiormente sino a consentire un elevato produzione di acciaio nella
zona controllata. I sovietici, al contrario, rimanevano del parere di
governare in modo unitario la Germania, mentre i francesi si trovavano
nel mezzo della discussione. Proprio per questo motivo, Marshall non
rese determinato e particolare il piano d'aiuti, ma ampio e alla
portata di tutti i paesi europei. Un piano d'aiuti mirato
essenzialmente alla ricostruzione politica ed economica della Germania
avrebbe sicuramente infastidito i francesi. Dunque, anche per questo
motivo, il piano Marshall è un piano generico che non prevedeva
determinati e forti vincoli nella sua applicazione. Inoltre esso
rispondeva pienamente all'appello lanciato dal presidente Truman e
riconfermato nel discorso del 6 marzo alla Baylor University (a Waco,
nel Texas):
"Oggi come negli anni Venti siamo ad un punto di svolta nella storia.
Le economie nazionali sono state sconvolte dalla guerra. Ovunque il
futuro è incerto. Le politiche economiche sono allo stato fluido. In
questa atmosfera di dubbi e esitazioni l'elemento risolutivo sarà dato
dalla qualità di leadership che gli Stati Uniti sapranno assicurare al
mondo"
Subito dopo questo discorso, il sottosegretario di Stato Acheson fu
incaricato di chiedere al SWNCC (State - War - Navy - Coordinating
Committee) di esaminare la questione degli aiuti insieme al
dipartimento del tesoro.
Il comitato, verso la fine di aprile, affermò nel suo rapporto che la
migliore strategia per combattere il comunismo era quella di "bread
and ballots rather than bullets", cioè pani e voti piuttosto che
proiettili. Di conseguenza, Truman chiese a Kennan, allora
responsabile del Policy Planning Staff, di studiare un piano
d'intervento in Europa.
Dopo le varie analisi economiche che condussero alla conclusione che
l'Europa avrebbe dovuto importare beni statunitensi, il progetto
assunse una connotazione politica. Difatti, il piano d'aiuti di
Marshall era sì destinato a qualsiasi paese europeo, ma alla
condizione per i paesi aderenti di orientare le proprie economie sul
modello capitalistico statunitense e su quella di rifiutare il modello
economico centralizzato.
Il discorso di Marshall si basò poi su due punti fondamentali: quello
della genericità e quello di stimolare un'azione comune europea. Da
una parte, l'aspetto della "genericità" conferito al discorso aveva il
significato di non porre pesanti condizioni agli aiuti, con lo scopo
di stimolare le iniziative dei paesi interessati. In tal modo, i paesi
che avrebbero voluto farne parte, avrebbero deciso in collaborazione
con gli Stati Uniti i modi e le applicazioni degli aiuti. Agli Stati
Uniti sarebbe spettato soltanto decidere la misura e la quantità degli
interventi. Inoltre, il secondo punto metteva in luce la volontà degli
Stati Uniti di favorire un'azione europea congiunta per contrastare la
politica estera sovietica incentrata sulla propria sicurezza a
discapito dei paesi dell'Europa orientale.
Il premier britannico Bevin e il francese Bidault condivisero il
discorso di Marshall. Bidault invitò Molotov a Parigi per discuterne.
Quest'ultimo cercò di dissuadere gli inglesi e i francesi ad un'azione
comune europea e proponeva invece uno schema di aiuti predisposto per
ogni singolo paese. In seguito, lo stesso Molotov accusò Bidault di
favorire un piano d'aiuto che avrebbe interferito nella vita di ogni
singolo paese, dirigendone lo sviluppo economico. Bevin e Bidault, non
curanti dell'accusa sovietica, estesero l'invito ad altri paesi
europei tranne all'URSS e alla Spagna (sotto il regime fascista di
Franco), ad unirsi alla conferenza di Parigi per discutere del piano
Marshall. La conferenza si tenne a partire dal 12 luglio e vi
parteciparono: l'Austria, il Belgio, la Danimarca, la Grecia,
l'Islanda, l'Irlanda, l'Italia, il Lussemburgo, la Norvegia, i Paesi
Bassi, il Portogallo, la Svezia, la Svizzera e la Turchia, oltre alla
Francia e alla Gran Bretagna. La Cecoslovacchia, la Polonia e la
Jugoslavia avevano inizialmente accettato l'invito francese, ma furono
costrette a rifiutare dietro minaccia di Stalin.
Tra il febbraio e l'aprile 1948 il Congresso statunitense decretò la
legge per il piano d'aiuti e stanziò per il primo anno una somma pari
a 4,3 miliardi di dollari, più un miliardo di dollari in merci
mediante canali commerciali privati. Oltre a ciò, creò l'ECA (Economy
Cooperation Administration) e l'ERP (European Recovery Program). Il
primo organismo doveva amministrare il piano d'aiuto dagli Stati
Uniti. Il secondo, invece, posto in Europa doveva collaborare con i
paesi europei e progettare con loro i piani d'aiuto necessari ed
adeguati alla ricostruzione.
Accanto a questi due organismi, nell'aprile del 1948 si provvedeva
alla creazione dell'OECE (Organizzazione europea per la cooperazione
economica), un'organizzazione statunitense incaricata di gestire il
piano d'aiuto in Europa, alla quale si associò più tardi anche il
Canada. Il destino dell'OECE non ebbe molta fortuna, dato che gli
stessi statunitensi auspicavano che essa avrebbe dovuto possedere
poteri sovranazionali. Tuttavia, il forte rifiuto dei paesi europei,
fece cadere le speranze statunitensi.
Infine, si stima che nel complesso, gli aiuti formulati con il piano
Marshall ammontarono ad un totale di 12 miliardi e 535 milioni di
dollari (considerandoli sino al giugno 1951). Il Piano Marshall ha
sicuramente offerto un aiuto prezioso per gli stati europei e per la
ricostruzione della Germania divisa che avveniva entro una più ampia
cornice d'azione europea unitaria patrocinata dagli Stati Uniti.
Nella visione statunitense, resa comprensibile anche nella risoluzione
del National Security Council n. 68, gli obiettivi principali erano
quelli di riarmare la Germania Ovest facendola integrare nel Patto
Atlantico e di creare nel contempo un'organizzazione da porre alla
base dell'alleanza atlantica.
La risoluzione NSC - 68, dell'aprile 1950, prevedeva inoltre la
creazione di basi militari in Europa. La Gran Bretagna appoggiava la
linea di Truman mentre difficile rimaneva la posizione della Francia,
la quale era contraria ad un riarmo tedesco.
L'Italia, con l'allora Presidente del Consiglio De Gasperi insieme al
Ministro degli Esteri Sforza, appoggiava i francesi, per un'intesa
italo - francese (suggellata anche dall'adesione al piano della CECA)
volta ad equilibrare la forte relazione che si stava instaurando tra
Stati Uniti e Germania Ovest. Tuttavia, De Gasperi non mancò nelle
relazioni con gli statunitensi e l'adesione dell'Italia al Patto
Atlantico n'era un segno tangibile.
Una prima e vaga proposta per la costituzione di un esercito europeo,
che comportava anche il riarmo tedesco, fu avanzata dal ministro
Sforza. In seguito anche Churchill fece presente l'importanza di un
esercito europeo. Egli, nell'Assemblea a Strasburgo del Consiglio
d'Europa, l'11 agosto 1950, lanciò il progetto di: "[...] un esercito
europeo unificato a partecipazione tedesca a controllo democratico
europeo ed operante in collaborazione con gli Stati Uniti e il
Canada".
Sul tema delle forze "integrate", intervenne anche il segretario di
stato Acheson, al Consiglio Atlantito di New York, tenuto tra il 15 e
il 26 settembre 1950, durante il quale propose:
1) la costituzione di una forza "integrata" per la difesa dell'Europa
risultante dai contingenti messi insieme dai vari governi;
2) l'utilizzo d'unità tedesche in tale forza "integrata";
Accanto a questi due elementi, Acheson avanzava sul piano teorico una
nuova dottrina, la cosiddetta "forward strategy", che avrebbe spostato
sino al fiume Elba la linea di difesa della NATO.
Nell'occasione, il ministro Sforza, rappresentante italiano, insieme a
Stikker, rappresentante olandese, dichiararono di essere d'accordo con
Acheson. Gli inglesi, dapprima cauti, finirono per schierarsi insieme
agli Stati Uniti allorché i francesi manifestarono il loro rifiuto.
Schuman, presente al Consiglio Atlantico, si oppose al piano d'Acheson
e ad un qualsiasi riarmamento tedesco posto in simili termini.
Allora, per risolvere il nodo che si era formato al Consiglio, il
Ministro degli Esteri francese si consultò con Jean Monnet e proprio
quest'ultimo, l'ideatore della CECA, riuscì ad elaborare un nuovo
progetto che prese il nome di piano Pleven (dal futuro presidente del
Consiglio francese che lo propose).
Il progetto fu presentato in seno all'Assemblea nazionale francese e
fu approvato il 21 ottobre 1950, con 343 voti contro 220. Esso
prevedeva la formazione di un esercito di sei divisioni composto da
un'unità più piccole possibili ed integrate. Tale esercito non
comportava divisioni nazionali ma soltanto divisioni internazionali
poste sotto il controllo dello stato maggiore del comandante in capo
delle forze atlantiche. Dal punto di vista istituzionale, il piano,
comprendeva un assetto con poteri sovranazionali, simili alla
struttura della CECA.
Il Piano Pleven che proponeva la creazione di una Comunità Europea di
Difesa (CED) non sarebbe entrato in vigore prima della CECA.
Esercito europeo e divisioni tedesche
Il progetto della CED, non appena approvato, suscitò differenti
reazioni nel panorama delle relazioni internazionali. Secondo la
visione inglese, il piano Pleven era inaccettabile in quanto era teso
a realizzare un'istituzione dotata di poteri sovranazionali
nell'ambito della difesa, un settore nel quale la Gran Bretagna è
sempre stata attenta a salvaguardarne il controllo. L'Italia, in linea
generale, era d'accordo per la costituzione di un esercito europeo ma
a condizione di un riarmo tedesco. I Tedeschi s'irritarono e posero
l'accento sul fatto che non potevano essere costituite divisioni
nazionali. Gli Stati Uniti rimasero stupiti delle rigide posizioni che
assumevano i francesi ed affrontarono una per volta le questioni che
si prospettavano: dapprima l'organizzazione delle forze atlantiche in
Europa, poi la questione del riarmo della Germania ed infine quella
dell'esercito europeo.
La prima fu affrontata durante il Consiglio Atlantico del 18 - 19
dicembre 1950, con la nomina di Dwight Eisenhower a comandante dello
SHAPE, Supreme Headquarter Allied Powers Europe, che stabiliva la sua
sede a Parigi. Con la creazione dello SHAPE e con la nomina di
Eisenhower aveva inizia la costruzione di una forza integrata
atlantica. Questi furono i primi passi in direzione di
un'organizzazione, basata sul Patto Atlantico, che sarebbe divenuta
sempre più complessa e che avrebbe preso il titolo di NATO (North
Atlantic Treaty Organization).
La seconda questione era stata in parte risolta includendo tra le
forze atlantiche le truppe tedesche, mentre la terza questione
rimaneva incerta giacché si aspettava che il piano Pleven formulasse
una precisa dimensione delle divisioni integrate.
Poco dopo il Consiglio Atlantico, le nazioni coinvolte nel progetto
dell'esercito europeo furono invitate il 15 febbraio 1951 dalla
Francia per la negoziazione del piano Pleven. Al negoziato
parteciparono i "Sei": Francia, Belgio, Lussemburgo, Italia, Germania
federale e Olanda (che iniziò i lavori soltanto dopo ottobre).
Durante la Conferenza, Schuman spiegò come l'esercito europeo era da
costruirsi entro tre tappe. L'ultima stabiliva che l'esercito europeo
avrebbe avuto la struttura di un qualsiasi esercito nazionale e
sarebbe stato comandato da un ministro europeo della Difesa, in
collaborazione con un Consiglio dei Ministri ed una Assemblea.
Inoltre, secondo il piano, la Germania non poteva avere un proprio
stato maggiore, né un bilancio per le spese militari e né un ministro
della difesa. Ciò rendeva palese l'intransigente posizione francese a
sfavore di un riarmamento diretto della Germania. Il blocco che si
creò alla fine della conferenza fu sciolto da Jean Monnet, il quale
incontrò Eisenhower e lo convinse dell'inutilità del confronto diretto
sulla questione dell'esercito europeo. Il generale, comprese il punto
di vista francese e in suo discorso a Londra nel luglio del 1951,
auspicò la formazione di un'unificazione europea, con lo scopo di
distendere le tensioni tra USA e Francia.
In Italia, De Gasperi, influenzato da Spinelli, lasciò nei dibattiti
del vertice parigino nell'ottobre 1951 un memorandum (elaborato da
Ivan Matteo Lombardo, capo della delegazione italiana) nel quale si
suggeriva la creazione di una federazione europea che risolvesse i
problemi inerenti all'esercito europeo, con lo scopo di tralasciare i
singoli interessi d'ogni paese coinvolto, delegando una struttura
sovranazionale a decidere sulla questione. A tale scopo, il memorandum
prevedeva la possibilità di porre accanto alle strutture della CED, un
parlamento europeo a suffragio universale diretto. Il memorandum
italiano provocò l'effetto di sorpresa nell'atmosfera del vertice
parigino.
L'articolo 38: una Costituente per l'Europa
Prima che la proposta di De Gasperi fosse presa in considerazione, il
Patto Atlantico assumeva una dimensione organizzativa. Ad Ottawa,
infatti, il 20 settembre 1951, fu siglata la NATO che prevedeva la
formazione di nuove istituzioni accanto a quelle del Consiglio
permanente di supplenti dei ministri degli Esteri, formato nel maggio
1950 e del Consiglio dei Ministri. La Nato si componeva così di un
Comitato di difesa economico - finanziaria (composto dai Ministri
delle Finanze dei 12 paesi della Patto Atlantico) e di un Comitato di
difesa, assistito da un Comitato militare. A capo vi era il SACEUR
(Supreme Allied Commander in Europe), l'allora generale statunitense
Eisenhower, mentre la sede fu confermata a Parigi.
Con la formazione della NATO prendeva corpo un sistema d'alleanza
poderoso al quale intanto, già nell'ottobre 1951, aderivano la Grecia
e la Turchia (la cui adesione ufficiale avvenne nel Consiglio
Atlantico del febbraio 1952).
Nel dicembre 1951, a Strasburgo, fu presa in considerazione la
proposta di De Gasperi. I paesi del Benelux e la Gran Bretagna
rimasero scettici, mentre i più interessati furono Adenauer e Schuman.
De Gasperi riteneva introdurre nel Trattato della CED un articolo
(art. 38) che avrebbe conferito ai poteri dell'Assemblea di studiare:
a) la costituzione di un organo rappresentativo eletto su basi
democratiche;
b) i poteri che sarebbero ad esso conferiti;
c) le modifiche da apportare alle disposizioni del Trattato per porlo
in sintonia con le altre istituzioni della Comunità, nell'intento di
garantire un'adeguata rappresentanza degli Stati;
Gli altri paesi discussero ed infine si decise di affidare
all'Assemblea della CED l'incarico di studiare un'organizzazione
federale o confederale che avrebbe sostituito in seguito
l'organizzazione del Trattato.
Oltre a ciò, la CED prevedeva un Collegio di Commissari o
Commissariato, un'Assemblea parlamentare, un Consiglio dei ministri e
una Corte di Giustizia. Il profilo istituzionale era stato così
accordato e mentre tutto sembrava proseguire senza problemi, ai primi
di febbraio del 1952, Adenauer sollevò il problema del sostegno
finanziario alla CED. Per i tedeschi, il contributo si rivelava troppo
oneroso ed in più, il delegato del governo di Bonn in Francia, Walter
Hallstein, riprese il problema dell'adesione della Germania nella
NATO. Tutto ciò fece scaturire le reazioni della Francia, alle quali
Adenauer rispose minacciando di denunciare la questione della Saar in
seno al Consiglio d'Europa, poiché i tedeschi non gradivano che fosse
più sotto il controllo dell'amministrazione francese.
Nell'atmosfera di dissidio franco - tedesco si giunse al Consiglio
Atlantico di Lisbona tenuto tra il 20 e il 25 febbraio 1952, dove gli
statunitensi lanciarono un pesante ultimatum: "O trovate un accordo
sull'esercito europeo o procediamo direttamente al riarmo di dodici
divisioni tedesche". Dietro la minaccia statunitense, i sei paesi si
accordarono per firmare poco dopo il trattato della CED. Ma prima
ancora che della sua firma, si siglarono degli accordi (a Bonn, il 26
maggio) tra Acheson, Eden (nuovo ministro degli esteri inglese) e
Schuman, che fecero recuperare la sovranità nazionale alla Germania
occidentale.
A Parigi furono firmati i protocolli del Trattato della CED il 27
maggio 1952. In conclusione, le istituzioni ricalcavano quelle della
CECA e in particolare, il Consiglio dei Ministri (composto da 6
membri) coordinava il Commissariato, composto anch'esso da 6 membri
votanti all'unanimità, che aveva potere esecutivo (analogo all'Alta
Autorità della CECA). L'Assemblea aveva lo stesso numero di membri di
quella della CECA ed infine era stabilita una Corte di Giustizia.
Si predisponevano le condizioni per la creazione di divisioni
nazionali integrate in corpi d'armata internazionali, sotto il comando
del SACEUR mentre alla Germania occidentale erano consentite soltanto
le divisioni integrate e non quelle nazionali.
Al fine di accelerare la Costituente della federazione europea, Paul
Henry Spaak, fondatore del movimento federalista europeo, in un
incontro con De Gasperi propose di conferire all'Assemblea della CECA
i poteri di studiare una Costituente, poiché essa aveva
caratteristiche analoghe e simili all'Assemblea della CED, invece di
aspettare la ratificazione dello stesso trattato da parte dei
parlamenti dei sei paesi.
Il suggerimento di Spaak si rivelò prezioso e fu preso in
considerazione sia da Adenauer sia da Schuman, in intesa con De
Gasperi. Le discussioni ripresero a Lussemburgo il 10 settembre e si
avanzò un progetto federale che fu accettato. All'Assemblea della CECA
si aggiunsero nove membri (con l'esigenza d'integrarne il numero
rappresentativo dei sei paesi firmatari della CED), in modo che
formassero un'Assemblea ad hoc, incaricata di redigere uno statuto per
la federazione europea. I lavori dell'Assemblea ad hoc proseguirono
fino al 25 febbraio 1953, data in cui fu presentato lo statuto della
Comunità Politica Europea (CPE).
La CPE prevedeva una comunità dotata di poteri sovranazionali nella
gestione della difesa e dei rapporti internazionali, oltre a quelli
finanziari ed economici e della politica estera, nella quale avrebbe
agito come uno stato, previa consultazione di un Consiglio dei
Ministri dei sei paesi. Inoltre, prevedeva per il Parlamento un
assetto bicamerale, con una Camera dei Popoli composta da 268 deputati
eletti ogni cinque anni a suffragio universale diretto e un Senato
composto da 87 senatori eletti ogni cinque anni dai parlamenti
nazionali.
Lo statuto fu votato e accettato e fu inviato ai singoli parlamenti
nazionali per la ratifica. Ma i paesi prima di accettare la creazione
di una Comunità così coinvolgente, vollero dapprima risolvere la
questione della CED e della sua ratificazione a livello parlamentare.
La Germania e i paesi del Benelux non ebbero problemi nell'accettarla,
mentre in Italia e in Francia, il trattato si arenò. Per l'Italia, la
questione di Trieste, discussa in parlamento diventava un pretesto per
maggiori concessioni in cambio dell'accettazione della CED.
John Foster Dulles, nuovo segretario di stato statunitense, incontrò a
Roma De Gasperi per fargli presente come fosse importante rendere
celere il processo di ratificazione della CED. De Gasperi, di per sé,
avrebbe appoggiato il piano della CED, ma allora l'attenzione
parlamentare era incentrata sulla riforma elettorale (la famosa "Legge
truffa) e poi la conseguente caduta di governo, indussero i successivi
governi di Pella, Fanfani e Scelba ad attendere la decisione francese.
Parigi, le ragioni di una bocciatura
Durante il 1952, il governo francese evitò di presentare il trattato
della CED per la votazione in Parlamento. Si temeva difatti che non vi
fosse ancora la sufficiente maggioranza ad accettarlo. Lo scenario
politico francese si divideva di fronte alla CED. I cattolici del MRP
erano d'accordo, mentre i gollisti del RPF e i comunisti erano
sfavorevoli. Nel gennaio 1953, Michel Debré tentò di proporre un
progetto diverso dalla CPE ma il suo tentativo non fu apprezzato.
Più tardi, il presidente del consiglio René Mayer fissava la sua
agenda intorno a due elementi prima di ratificare la CED: la questione
della Saar e l'impegno anglo - americano a disporre di una forza
militare in Europa. Il continuo ritardo francese ed italiano
nell'affrontare in modo diretto la difficile questione della CED,
scatenò nel dicembre 1953 la dura reazione di Foster Dulles, il quale
minacciò i francesi e gli italiani che se la CED non fosse stata
approvata, sarebbe avvenuta un "agonizing reappraisal", secondo la
quale gli Stati Uniti avrebbero mutato la loro politica estera in
Europa, finendo nel considerare la Germania la più vicina alleata.
Nel frattempo con la morte di Stalin e con l'intensificarsi della
guerra in Indocina, nel giugno 1954 fu eletto Pierre Mendes France, il
quale aveva promesso all'elettorato, duranta la sua campagna, di
risolvere entro 100 giorni la guerra d'Indocina e la questione della
CED.
La prima questione fu risolta allorché si firmò l'accordo piuttosto
vantaggioso per i francesi, secondo il quale il paese asiatico
rimaneva diviso lungo il 17esimo parallelo.
Per quanto riguardò la CED, Pierre Mendes France volle modificare il
trattato, poiché non vi era ancora la maggioranza in parlamento e
perché, in secondo luogo, si voleva preservare il controllo di parte
dell'esercito francese da un'istituzione sovranazionale.
Nell'agosto 1954, Mendes France si recò a Bruxelles per discutere
delle modifiche, tra le quali, vi era quella di allungare il processo
di costruzione della CED fino a 8 anni e quella di attuare le forze
integrate soltanto per la Germania. Tutte le altre modifiche
ritoccavano gran parte degli articoli del trattato e ciò significava
ripresentare nei paesi che avevano già ratificato, il nuovo trattato
emendato. Le proposte di Mendes furono accolte con diffidenza e
considerate come un'offesa agli accordi già stabiliti.
A questo punto, il trattato originario della CED fu discusso nel
parlamento francese e per liquidarlo "silenziosamente", come suggerì
il direttore dell'Express, Jean Jacques Servan Schreiber, fu
presentata una mozione "pregiudiziale", secondo la quale il testo del
trattato fu respinto senza discussione. La mozione fu presentata da un
deputato indipendente d'Algeri, il generale Aumeran, il 30 agosto 1954
e fu votata. I risultati furono di 519 voti favorevoli contro 264. In
tal modo moriva la CED e la possibilità di creare una struttura
sovranazionale che avrebbe riarmato la Germania.
La sconfitta della CED poneva la Francia in una posizione isolata sul
piano internazionale. Foster Dulles affermò che il voto francese era
da considerarsi a "shattering blow" (un colpo sconvolgente) alla
politica statunitense. Mendes France, consapevole della posizione
alquanto difficile in cui versava la Francia in politica estera,
all'indomani della caduta del progetto CED, decise di avanzare nuove
proposte al Consiglio d'Europa, nel 20 settembre 1954. Gli Stati
Uniti, dal loro canto, sotto la guida dell'amministrazione Eisenhower
(il nuovo presidente degli USA), incominciarono a lavorare per
riprendere i legami con la Francia. Gli obiettivi degli Stati Uniti
potevano così riassumersi:
1) la sicurezza degli Stati Uniti richiedeva che l'Europa occidentale,
compresa la Gran Bretagna, fosse difesa e rafforzata; quindi,
occorreva procedere al più presto, al riarmo tedesco e all'inclusione
della Germania nella NATO;
2) bisognava bloccare e rovesciare le tendenze di divisione in Europa
occidentale, favorendo lo sviluppo e la coesione di forze politiche ed
economiche che animassero "la capacità e la volontà degli europei di
resistere alla sovversione comunista e al neutralismo";
La Gran Bretagna, che si era esclusa dalla CED, decise con il premier
Anthony Eden di rientrare in scena, invitando a Londra, tra il 28
settembre e il 3 ottobre, gli Stati Uniti e il Canada assieme ai "Sei"
paesi. Al vertice, fu deciso l'allargamento del Trattato di Bruxelles
all'Italia e alla Germania. In tal modo, la Germania occidentale
avrebbe acquisito la sovranità nazionale ed avrebbe goduto di quel
necessario status giuridico per aderire alla NATO.
In seguito, a Parigi, tra il 21 e il 23 ottobre fu concordato il
Trattato stesso. Esso prevedeva la creazione dell'UEO (Unione Europea
Occidentale), con la formazione di un esercito comune e sul piano
istituzionale, di un Consiglio dei ministri degli Esteri in
rappresentanza dei governi, deliberante all'unanimità e di
un'Assemblea parlamentare. Per il controllo degli accordi, fu
predisposta un'Agenzia per il controllo degli armamenti. In
particolare, per quanto riguardava la Germania, le era permesso di
costituire un esercito di dodici divisioni, una aviazione di 75000
uomini e una marina di 25000. Oltre a ciò, nel nuovo Trattato di
Bruxelles era stata ripresa la questione della Saar, che si risolse,
dopo varie controversie, con l'internazionalizzazione della stessa,
posta sotto il controllo di un commissario europeo, responsabile
dinanzi al Consiglio dei ministri dell'UEO. Solo nel 1956, i due
governi giunsero ad un accordo che prevedeva il finale passaggio della
Saar alla Germania, che si ufficializzò il primo gennaio 1957.
In cambio, i francesi, ottenevano delle considerevoli garanzie sul
provvedimento di materiale carbo - siderurgico proveniente dalla
Mosella.
A livello parlamentare, il trattato non incontrò difficoltà nella
ratificazione. In Francia fu approvato il 30 dicembre 1954, in Italia
vi furono 335 sì contro 215 no. Ed infine, in Germania, il Bundestag
approvò il Trattato tra il 26 e il 27 febbraio 1955 con una
maggioranza di 150 voti.
Con l'UEO terminò quel processo di costruzione di una forza militare
in Europa, che aveva visto la politica estera statunitense impegnata
sin dal '47, con il principale scopo di riarmare la Germania e di
proteggerla contro un'ipotetica aggressione sovietica.
L'URSS, invece, dinanzi alla costituzione dell'UEO rispose con la
formazione del Patto di Varsavia, un'alleanza militare multilaterale
conclusa per la durata di 21 anni a Varsavia il 14 maggio 1955, tra
URSS, Repubblica Democratica Tedesca, Bulgaria, Ungheria, Polonia,
Romania, Cecoslovacchia e Albania.
L'atomo di Monnet e i Trattati di Roma
La Gran Bretagna, al momento della stipulazione dell'UEO, si riteneva
soddisfatta nell'aver giocato un ruolo di prima posizione tra Stati
Uniti, la questione del riarmamento della Germania e la formazione
dell'esercito europeo. Tuttavia, si guardava bene dal non aderire ad
iniziative in cui la propria sovranità fosse stata messa in dubbio o
addirittura sminuita. Proprio per questo motivo, la Gran Bretagna
rifiutò di aderire al piano della CECA e come diversivo per uscire da
quel relativo isolamento, propose l'ampliamento del Trattato di
Bruxelles anche all'Italia e alla Germania Ovest. Jean Monnet, allora
capo dell'Alta Autorità della CECA, aveva assistito a tutto questo ed
aveva intravisto, nello scenario europeo che si stava tracciando,
nuove esigenze. Da una parte s'intravedeva il bisogno di estendere le
prerogative della CECA ad altri settori come quello dei trasporti e
dall'altra a settori energetici come quello dell'energia atomica.
Questa era un'idea che fu concepita nel 1954 e che Monnet, consapevole
del fatto che la Francia aveva perso prestigio nella causa europeista,
colpevole di aver affondato il piano della CED, propose al ministro
degli Esteri Belga Paul - Henry Spaak. Egli, d'accordo con Monnet,
provvide a diffonderla nell'ambiente politico del Benelux, ed infine
anche l'olandese Johann Willem Beyen e il lussemburghese Joseph Bech,
convennero con l'idea originaria di Monnet.
Prima di stilare un memorandum da inviare ai singoli governi, Spaak
ritenne opportuno attendere la fine del governo di Mendes Frances,
considerato come un "blocco" contro qualsiasi iniziativa
"sovranazionale" che si sarebbe potuta avanzare. Così quando il suo
governo cadde nel febbraio 1955, seguito da quello di Edgar Faure, i
tre del Benelux stilarono un memorandum, patrocinato da Bech, che
inviarono il 6 maggio 1955 ai paesi della CECA, nel quale era
contenuto un invito a partecipare ad una conferenza che avrebbe
trattato l'idea di Monet e la nomina del nuovo presidente dell'Alta
Autorità. Sedi della conferenza furono Messina e Taormina, che
ospitarono le delegazioni europee tra l'1 e il 2 giugno 1955. Durante
i primi lavori, nelle città siciliane, le delegazioni discussero con
gran vivacità il memorandum, affrontando la questione della creazione
di un grande mercato e quella dell'energia atomica.
Nelle ultime battute dei dibattiti, si convenne ad un documento finale
che conteneva un impegno a studiare:
a) la creazione di un'organizzazione comune per lo sviluppo pacifico
dell'energia atomica, prendendo in considerazione gli accordi speciali
sottoscritti con Paesi terzi;
b) l'istituzione di un mercato comune, da realizzare per tappe,
mediante la riduzione progressiva delle limitazioni quantitative e
l'unificazione dei regimi doganali;
A tale proposito, fu predisposta una Commissione intergovernativa
presieduta da Spaak, che avrebbe lavorato su questi punti, con
l'incarico di consegnare un rapporto al Consiglio dei ministri degli
esteri della CECA entro il 20 aprile 1956. Ad essa, come osservatrice
avrebbe fatto parte anche la Gran Bretagna. La Commissione che contava
la presenza di tre eminenti personalità (Pierre Uri, Hans von der
Groeben e Walter Hallstein) non ottemperò entro i termini di tempo
stabiliti ed in ritardo, consegnò il suo rapporto il 30 maggio 1956,
al Consiglio dei ministri degli Esteri della CECA, riunitesi a
Venezia. Essi accettarono le linee del documento ed appoggiarono
l'iniziativa. In tal modo, si chiese a Spaak di avviare un altro
comitato incaricato di redigere i Trattati in base al rapporto che
aveva appena stilato. I due trattati erano distinti poiché si
occupavano di cose diverse: uno dedicato al mercato comune e più
generalmente alla costruzione di una Comunità Economica Europea, e
l'altro, dedicato invece all'energia atomica e siglato come EURATOM.
Grazie alla partecipazione della diplomazia italiana e alla proposta
di Spaak, fu scelta la città di Roma, luogo per la firma dei due
trattati, con la pretesa del ministro belga di candidare in seguito la
città di Bruxelles come sede delle istituzioni che avrebbero preso
corpo.
I ministri degli Esteri dei sei paesi, si riunirono a Roma, il 25
marzo 1957, per siglare i due Trattati.
Essi istituivano due Comunità (CE ed Euratom) e prevedevano quattro
istituzioni ognuna; l'organo esecutivo sarebbe spettato alla
Commissione con poteri, tuttavia, limitati rispetto all'Alta Autorità.
Gli altri organi erano la Corte di Giustizia, un'Assemblea
parlamentare e il Consiglio dei ministri esteri.
La Commissione per la CE era composta da nove membri mentre quella
dell'Euratom da cinque così come quella dell'Alta Autorità per la
CECA. L'Assemblea era composta da 142 deputati scelti dai parlamenti
nazionali. L'Assemblea aveva poteri consultivi ma con una maggioranza
di 2/3 era in grado di censurare le decisioni della Commissione. La
Corte di Giustizia era composta da 9 membri ed era unica per le tre
comunità ed assumeva il compito di regolare le controversie che
sarebbero sorte in applicazione dei Trattati.
I due Trattati entravano in vigore il primo gennaio del 1958.
Presidente della CE era Walter Hallstein (che vi rimase sino al 1967)
e per l'Euratom il francese Louis Armand.
Per quanto riguardava la CE, il Trattato stesso indicava le fasi entro
le quali si sarebbe costruita progressivamente la Comunità Europea.
Tali fasi, in totale, sarebbero durate 12 anni. Alla fine d'ogni fase,
i paesi aderenti avrebbero ridotto di 3 volte del 10% la loro tariffa
doganale. Oltre a ciò, al termine d'ogni tappa, il Consiglio dei
Ministri degli esteri si sarebbe riunito per decidere l'applicazione e
i termini delle seguenti tappe.
Si prevedeva che entro il 1969 i dazi e i contingentamenti fossero
completamente eliminati. Difatti, dal Trattato CE, prendevano slancio
tre linee d'azione:
- un'unione doganale, con l'istituzione di una tariffa doganale unica
da applicare nei confronti dei paesi terzi;
- un'unione economica, nella quale capitali, servizi, cittadini
possano circolare liberamente, politiche comuni nel settore
dell'agricoltura e nella politica economica;
- la creazione di nuove risorse mediante la valorizzazione delle
regioni sottosviluppate e delle forze di lavoro inutilizzate;
Dall'altra parte, il Trattato dell'Euratom creò una Comunità per lo
sviluppo comune dell'energia atomica in Europa. L'Euratom era
incaricato di controllare, gestire e sviluppare le tecnologie
riguardanti il settore dell'energia atomica. In più, doveva fornire
energia a tutti i paesi membri.
Con questi due trattati prendevano corpo due distinte comunità che si
accostavano a quella della CECA.
Suez e l'effetto Europa
La guerra di Suez che scoppiò a seguito della nazionalizzazione
dell'omonimo Canale da parte di Nasser (26 luglio 1956), capo del
governo egiziano e che vide protagoniste la Francia e la Gran
Bretagna, segretamente schierate con l'Israele contro l'Egitto, si
rivelò una fallimentare impresa che determinò un cambiamento
sostanziale della politica europea, in mano nell'allora premier Guy
Mollet. Quest'ultimo, per rilanciare la politica estera francese, si
accostò alle richieste degli altri partner riguardo all'Euratom e alla
CE. L'Euratom, durante la fase delle trattative, era considerata dai
francesi come uno strumento da utilizzare al fine di finanziare la
ricerca atomica. Obiettivo, difatti, era quello di creare una prima
atomica, con lo scopo di concorrere con gli Stati Uniti. Tuttavia,
questa linea d'azione contrastava gli interessi degli altri stati
partner, i quali, al contrario, erano più interessanti all'unione
economica e desideravano, in ultima istanza, che vi fosse un
collegamento tra Euratom e Cee, negato radicalmente dai francesi,
interessati soprattutto al progetto dell'energia atomica.
Guy Mollet, dopo la pesante sconfitta a Suez, decise di compiere
qualche passo indietro, dirigendo la sua politica vero la causa
europeista, dando inizio ai lavori sulle trattative affinché i due
trattati fossero collegati.
Per quanto riguardava gli Stati Uniti, all'inizio, videro di buon
occhio l'Euratom, poiché essa comportava un programma nucleare in
grado di fornire un sostanziale supporto nucleare militare all'area
europea. Tuttavia, anche la CEE fu considerata una buon'iniziativa,
giacché nel piano di Marshall, era emersa la volontà degli Stati Uniti
di favorire la ricostruzione economica europea.
L'anatema dei federalisti
La Cee e l'Euratom rappresentarono sicuramente dei grandi passi avanti
nel processo di costruzione europea. Ma quelli che rimasero scontenti
e delusi furono i federalisti, primo fra tutti Altiero Spinelli, il
quale, in tono pessimista, sottolineava la mancanza di una struttura
federale e la conservazione della sovranità nazionale, imponente
vincolo che avrebbe "impedito", secondo le parole del redattore del
manifesto di Ventotene, un qualsiasi progetto federalista.
Contro la Cee e l'Euratom si poneva anche la Gran Bretagna, la quale
già lavorava per un progetto alternativo (EFTA, European Free Trade
Association) che avrebbe esteso un'area di libero scambio ai restanti
paesi membri dell'OECE.
L'URSS, al momento della stipulazione dei trattati, si mostrò
contraria, accusando la Cee di creare un mercato proprio ai danni dei
paesi dell'est e del Comecon.
Altresì, la Cee e l'Euratom, compresero anche un grande insieme di
proteste intestine, che riguardavano gli interessi delle varie
industrie dei paesi contraenti. In tal modo l'industria tessile
francese paventava il confronto con quella italiana, mentre
l'industria meccanica italiana appariva meno forte di quella tedesca.
Tuttavia, nonostante le numerose difficoltà poste dalle varie lobbies
industriali e politiche, i trattati furono firmati e diedero inizio
alla Comunità Economica Europea.
In seguito alla stipulazione dei Trattati di Roma, emergevano due
nuovi problemi. Il primo si pose nella circostanza in cui De Gaulle
salì al potere, nel maggio 1958, durante la crisi algerina. Con
l'ascesa al potere del generale francese, gli europeisti paventarono
per un istante una possibile messa in critica dei Trattati stipulati.
I timori, tuttavia, non trovarono conferma. Secondo i piani del
generale francese, i trattati non dovevano essere messi in
discussione, ma in ogni caso una federazione europea non poteva
essere costituita. Il principio, sul quale, diversamente, i sei
avrebbero dovuto concentrare i propri sforzi, sarebbe stato quello di
una solida "cooperazione tra gli stati", con lo scopo di creare
un'unità economica, culturale e politica europea. L'obiettivo della
"cooperazione" non era l'unico nell'agenda del generale. Egli
s'impegnò anche nel creare una "terza forza" in grado d'ergersi entro
il sistema bipolare che si stava sempre più compattando. La terza
forza, quella europea, doveva essere supportata da una "force de
frappe". De Gaulle, infatti, accelerò il piano di progettazione e
costruzione della prima atomica che fu fatta esplodere nel deserto del
Sahara nel 1960.
Il secondo problema si pose con la Gran Bretagna, governata dal
conservatore Harold MacMillan. Ancora una volta, essa non prese parte
alle iniziative dei "Sei", per preservare il suo status sovranazionale
e per seguire quella linea di politica estera, coniata con
l'espressione di Sir Roger Makins, il quale affermò: "Great Britain is
of but not in Europe".
MacMillan lavorò su un progetto alternativo, più concreto, che sarebbe
nato con il titolo d'EFTA (European Free Trade Association) nel luglio
1959. Esso prevedeva un'area di libero scambio e vi presero subito
parte la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, la Svizzera, l'Austria e
il Portogallo.
Infine, un nuovo fattore che pesò nel piano delle relazioni
internazionali, fu il nuovo presidente J. F. Kennedy, eletto nel
novembre 1960, che progettò due grandi iniziative: la prima era quella
di avviare una vasta liberalizzazione, che si doveva estendere al
settore commerciale statunitense, per favorire ed agevolare gli scambi
con la neonata CEE. La seconda iniziativa prevedeva una maggiore
integrazione militare tra Stati Uniti ed Europa in seno alla NATO.
Quest'ultima iniziativa era stata supportata, in teoria, dalla nuova
dottrina avanzata da Robert McNamara che non si legava più al concetto
di rappresaglia massiccia, ma a quello di "risposta flessibile".
Tuttavia né la Gran Bretagna e né la Francia erano disposte ad
un'integrazione così impegnativa, dato che entrambe volevano
preservare l'indipendenza della propria forza nucleare.
I piani di Fouchet
Durante l'incontro tra Kennedy e De Gaulle, nella primavera del 1961,
il presidente statunitense chiese esplicitamente al generale francese
di rinunciare alla "force de frappe", perorando la propria richiesta
con l'assicurazione che gli Stati Uniti avrebbero reagito prontamente
ad un qualsiasi attacco contro l'Europa. Per questo motivo, l'Europa
non aveva la necessità di dotarsi di una propria forza nucleare.
Dall'altra parte, invece, De Gaulle riteneva necessario e fondamentale
lo sviluppo di una difesa autonoma, a partire con la ricerca nel
settore nucleare e con la creazione della bomba atomica.
L'impossibilità di proseguire oltre il dialogo, spinse
l'amministrazione Kennedy verso la Gran Bretagna, cercando con essa
uno speciale rapporto, con il fine di integrare maggiormente la difesa
europea con la NATO. Così quando MacMillan e Kennedy s'incontrarono,
il presidente statunitense consigliò esplicitamente al premier
britannico di non impegnarsi ulteriormente nell'EFTA, ma, al
contrario, di tentare ad entrare nella CEE.
De Gaulle, comprese subito che gli Stati Uniti avrebbero cercato un
altro partner con il quale avviare i medesimi dialoghi. Il generale,
per non compromettere il piano della "terza forza", strinse
maggiormente i contatti con Adenauer e Fanfani, con l'intenzione di
studiare una forma istituzionale che riunisse i "Sei" politicamente.
In tal modo, dopo l'incontro che si ebbe tra Francia, Italia e
Germania ovest, De Gaulle predispose una Commissione ad hoc,
presieduta da Christian Fouchet che avviò i lavori nella primavera del
1961. Parallelamente alla Commissione di Fouchet, fu discussa e
progettata la PAC (Politica Agricola Comune), che faceva parte
integrante dei Trattati di Roma. Scopi della PAC erano, da una parte,
di favorire i consumatori, con l'immissione di prodotti agricoli con
prezzi controllati nei mercati europei; dall'altra, i produttori, che
sarebbero stati avvantaggiati con una maggiore remunerazione.
Tuttavia, il primo obiettivo non si realizzò completamente e il suo
fallimento parziale favorì, invece, il successo dell'altro.
Il meccanismo sul quale si basava la PAC consisteva sommariamente nel
fissare i prezzi dei prodotti agricoli all'inizio d'ogni anno. Tali
prezzi non avrebbero oscillato per garantire la tutela del
consumatore. Oltre a ciò, era predisposto il libero scambio e il
trasporto dei prodotti agricoli entro l'intera area della CEE. In più,
se i prodotti non erano venduti, il Fondo Europeo di orientamento e di
garanzia agricola (FEOGA), acquistava i prodotti per conto della CEE,
a tutela dei produttori.
Nel momento in cui i prezzi internazionali sarebbero stati più bassi,
al fine di impedire che ci fossero state importazioni, la PAC avrebbe
stabilito dei dazi doganali, detti "prelievi", ed al contempo, avrebbe
reso uguale la remunerazione per i produttori europei che avrebbero
esportato i propri prodotti all'estero o venduto all'interno della
CEE.
Al contrario, se i prezzi internazionali sarebbero stati più alti, la
PAC avrebbe frenato l'esportazione dei prodotti europei, con
l'imposizione di una tassa detta "restituzione", a protezione dei
consumatori europei.
Con la PAC, dunque, si era eretto un sistema piuttosto dispendioso che
avrebbe consumato molte delle risorse iniziali della CEE.
Nel frattempo, i lavori della Commissione Fouchet proseguivano ed
ebbero fine verso novembre del 1961, con la redazione di una bozza che
comprendeva diversi punti. In sintesi, essa non prevedeva alcuna
struttura sovranazionale ma si basava, secondo la linea gollista,
sulla cooperazione tra gli stati.
Il piano Fouchet prevedeva:
1) un Consiglio dei ministri composto dai capi di Stato e di governo
degli Stati membri ovvero da ministri degli Esteri; esso doveva
riunirsi di massima ogni quattro mesi; le sue deliberazioni sarebbero
state prese all'unanimità (salvo una clausola di revisione che avrebbe
permesso di decidere a maggioranza);
2) un'Assemblea parlamentare europea con particolari prerogative anche
nei confronti del Consiglio dei ministri, in grado di proporre a
quest'ultimo raccomandazioni e interrogazioni;
3) una Commissione esecutiva, composta da alti funzionari designati
dagli Stati membri, che avrebbe preparato le deliberazioni del
Consiglio e avrebbe controllato la loro esecuzione;
Oltre a ciò, erano riconosciute le istituzioni della CEE, dell'EURATOM
e della CECA; ulteriore clausola sulla politica di difesa affermava
che essa non avrebbe mai contrastato quella della NATO.
Il piano Fouchet, al momento dell'annuncio, fu considerato come un
ottimo passo avanti che avrebbe formato l'Unione politica tra i "Sei"
della CEE. Tuttavia, i francesi, nel gennaio 1962, proposero un altro
piano Fouchet, ribattezzato "Fouchet II" che sostituiva il primo,
diminuendo i poteri dell'Assemblea, non riconoscendo più le tre
istituzioni e non facendo alcun riferimento alla politica di difesa
pro NATO. La decisione, che deluse coloro che avevano creduto nel
primo piano, era stata attuata dalla Francia perché i paesi del
Benelux si erano opposti vivacemente al piano Fouchet I. Difatti, sia
il Belgio, sia l'Olanda, sia il Lussemburgo, temevano che una siffatta
Unione politica, imperniata sull'asse francese, sarebbe stata troppo
forte e si sarebbe posta a loro discapito. Per questo, i paesi del
Benelux, prima di accettare un qualsiasi atto che avrebbe costituito
un'Unione politica, ponevano come condizione del loro assenso, la
risoluzione del problema della Gran Bretagna, che aveva chiesto il 9
agosto 1961 di aderire alla CEE.
Germania ed Italia, invece, erano d'accordo sul piano Fouchet,
tuttavia la sterilità del Fouchet II, non permise la conclusione di un
accordo al negoziato del Consiglio parigino dei ministri degli Esteri,
tenutosi il 17 aprile 1962. In tal modo cadeva il progetto Fouchet e
quello di De Gaulle.
Il doppio "no" a MacMillan e a Kennedy
La politica estera del nuovo presidente statunitense si rese più
concreta nel momento in cui fu annunciato il progetto di "Associazione
Atlantica" (4 luglio 1962), il cui duplice obiettivo era di offrire
maggiori possibilità di scambi commerciali con la CEE e di riprendere
il progetto di MLF, Forza multilaterale, in precedenza accantonato,
che prevedeva l'installazione di missili Polaris in posizione
strategiche in Europa. Se da una parte il primo obiettivo fu raggiunto
con la nuova legge del Trade Expansion Act che disciplinava riduzioni
del 50% sulle tariffe doganali in caso di prodotti provenienti dalla
CEE, dall'altra, il secondo obiettivo si raggiunse con l'Accordo di
Nassau tra Stati Uniti e Gran Bretagna, che pianificò l'installazione
dei missili Polaris in Inghilterra. Quest'ultima scelta di campo degli
Stati Uniti, contribuì ad avvicinarsi sempre di più alla Gran
Bretagna, fondamentale alleata per controllare la Francia. De Gaulle,
dopo l'Accordo di Nassau, comprese sempre di più come si era formato
un'asse anglo - americano in funzione antifrancese. Per questo motivo,
il 14 gennaio 1963, il generale francese annunciò alla stampa che la
Francia avrebbe posto il veto all'entrata della Gran Bretagna nella
CEE. Inoltre, lo statista francese non si perse d'animo e già da
qualche tempo aveva stretto sempre di più i contatti con la Germania
ovest, sino a dichiarare che avrebbe accettato un suo riarmo, con
l'implicita condizione di un amichevole rapporto.
In seguito a questa politica d'avvicinamento nei confronti della
Germania occidentale, si giunse alla stipulazione del Trattato di
collaborazione del 22 gennaio 1963, con il quale si sarebbe costituita
un'alleanza difensiva più stretta tra Francia e Germania ovest.
Allorché il trattato fu passato al Bundestag per la ratificazione, fu
proposto un emendamento che rendeva il Trattato di collaborazione, un
trattato complementare a quello dello NATO. In tal modo, la
particolare alleanza che De Gaulle voleva stabilire, al di fuori della
NATO, veniva meno a causa di un emendamento. Il generale non mancò di
esprimere il suo disaccordo e affermò che la Germania rimaneva sempre
una legione nelle mani degli Stati Uniti.
Per quanto riguardava l'Italia, Fanfani e il ministro degli Esteri
Pantani cercarono di avviare un dialogo speciale con gli Stati Uniti,
ribadendo la loro alleanza al Patto atlantico. In seno alla CEE, essi
tentarono di porsi come intermediari tra Benelux e la Francia, sulla
questione dell'entrata della Gran Bretagna nella CEE.
Nel momento in cui il tentativo fallì, l'Italia prese una posizione
chiara e decisa sul tema: essa non avrebbe accettato l'Unione politica
finché non fosse stata risolta la questione della Gran Bretagna. In
tal modo, l'Italia decise di schierarsi con gli Stati Uniti di
Kennedy, isolando maggiormente la Francia di De Gaulle.
Hallstein e la "sedia vuota"
Il primo "no" di De Gaulle, annunciato nel gennaio 1963, bloccava sia
le intenzioni del presidente statunitense di integrare maggiormente la
forza militare della NATO sia la formazione di una terza forza
europea, che De Gaulle aveva tentato di costruire. In effetti, il "no"
francese aveva contribuito ad una paralisi generale sul piano delle
relazioni internazionali. Invero, l'allora ministro degli Esteri
tedesco Schroeder propose l'utilizzo del metodo di "sincronizzazione",
secondo il quale gli accordi si sarebbero presi su determinati punti,
senza essere obbligati a confrontarsi su un intero progetto. La via
degli accordi parziali, così tracciata, dal metodo di Schroeder
assicurò un relativo sblocco della paralisi, soprattutto sul versante
franco - tedesco. Anche la Commissione cercò di reagire alla paralisi,
rafforzando la politica agricola, accelerando la realizzazione dei
Trattati di Roma e favorendo l'eliminazione delle tariffe doganali.
La reazione della Commissione ottenne risultati incoraggianti tra il
1963 e il 1964 cosicché Walter Hallstein che la presiedeva, decise di
stendere un progetto, secondo il quale i tributi destinati alla PAC
dovevano essere attinti dai diritti doganali e dai "prelievi", in modo
da offrire alla Comunità delle proprie risorse da investire, senza
essere costretti ad attingere dalle finanze dei singoli paesi membri.
A questo scopo, per gestire meglio le risorse della Comunità, il
progetto prevedeva di conferire nuovi poteri di controllo al
Parlamento. La proposta di Hallstein fu redatta nel dicembre 1964 e fu
approvata con maggioranza dalla Commissione. La proposta fu però
disprezzata da De Gaulle, il quale non soltanto rifiutò clamorosamente
una seconda volta, ma diede l'ordine a tutti i delegati francesi di
lasciare gli organi comunitari. Con questo gesto sprezzante, la
Comunità europea cadde nella sua più profonda crisi, la crisi della
"sedia vuota". Il netto rifiuto francese derivava da una situazione
sempre più tesa: i francesi cercavano di contrastare gli Stati Uniti
su tutti i piani. Sul versante economico, dal 1965, la Francia sfruttò
il sistema internazionale monetario che si era creato con gli accordi
di Bretton Woods. Tale sistema internazionale si basava sulla
convertibilità del dollaro in oro. La Francia, convertì il suo surplus
commerciale di dollari in oro, mettendo in difficoltà il Tesoro
statunitense.
Sul versante militare, essa annunciò il suo ritiro dalla NATO. In
quest'atmosfera negativa, il piano di Hallstein si tramutò in un
ulteriore progetto da rifiutare.
Tuttavia fu evitato il peggio, poiché a Lussemburgo, il 30 gennaio
1966, Joseph Luns, il ministro degli Esteri lussemburghese avanzò una
nuova proposta tentando di conciliare la volontà francese con il resto
della Comunità europea. L'evento prese il nome di "compromesso di
Lussemburgo". Il piano di Luns prevedeva che per progetti di notevole
portata, il Consiglio dei Ministri doveva esprimersi all'unanimità.
Oltre a ciò, il piano affermava che se ci fossero state delle
divergenze, esse non dovevano divenire presupposti per un blocco delle
trattative in corso. In ogni caso i lavori della Comunità dovevano
riprendersi e questo era un segno della volontà di continuare a
credere nelle istituzioni comunitarie.
L'ultimo schiaffo dell'Eliseo
Dopo la crisi della "sedia vuota", la candidatura della Gran Bretagna
ritornò ad essere la questione da risolvere in seno alla Comunità
europea. Questa volta, non era più MacMillan a proporla, ma il
laburista Harold Wilson, il quale stava affrontando una situazione
economica difficile. L'EFTA, da una parte, aveva dato i suoi frutti,
ma Wilson preferì puntare tutto sulla CEE. Nell'autunno 1966, la Gran
Bretagna cominciò a consultare gli altri paesi per avere un quadro più
chiaro sulla situazione e sulla possibilità di ottenere il consenso
per l'adesione.
L'Italia era oramai d'accordo e il ministro degli Esteri Pantani,
riuscì ad organizzare un vertice a Roma, tra il 29 e il 30 maggio
1967, al quale erano invitati gli altri "Cinque" per discutere della
questione della Gran Bretagna.
Nonostante il clima internazionale fosse mutato, e nonostante la Gran
Bretagna non si avvalesse più del supporto statunitense (al posto di
Kennedy vi era Lyndon Johnson, concentrato sulla guerra del Vietnam),
De Gaulle rifiutò ancora. L'unico risultato che si ottenne fu
sull'accordo di fondere i tre istituti comunitari (CEE, EURATOM, CECA)
entro il primo luglio 1967. Il "no"di De Gaulle, fu ripetuto ancora
una volta nella riunione dei "Sei" del 19 dicembre 1967.
Nel momento in cui si decise di spostare la discussione in seno
all'UEO, ove le pressione francesi erano sicuramente meno influenti,
il ministro degli Esteri Pietro Nenni, in collaborazione con Altiero
Spinelli, cercò di raccogliere tutti i consensi per l'adesione della
Gran Bretagna alla CEE. Tuttavia, ciò non piacque al generale
francese, il quale, repentinamente mutò la propria visione ed incontrò
segretamente l'ambasciatore britannico Christopher Soames il 4
febbraio 1969, accordandosi su un direttorio anglo - francese, da
estendersi in seguito alla Germania e all'Italia.
In tal modo De Gaulle riprendeva in mano la situazione senza che
iniziative esterne come quelle italiane, avrebbero suggellato uno
speciale rapporto con la Gran Bretagna. Conseguente ed ultimo gesto
sprezzante di De Gaulle fu quello di mancare alla riunione della UEO,
nella quale si sarebbe discusso della proposta di Nenni sulla
questione britannica. Pochi mesi dopo, nell'aprile 1969, De Gaulle
uscì dalla scena politica francese. Con la fine del suo incarico
terminò un periodo di crisi politica per la Comunità. Tuttavia, il MEC
(Mercato Europeo Comune) registrò degli ottimi risultati, con il
raggiungimento, nel luglio del 1968, in anticipo, dell'annullamento
delle tariffe doganali. In parallelo, invece, l'EURATOM non ebbe
successo, poiché esso era stato piegato secondo la volontà francese
per finanziare e costruire la "force di frappe", una politica che
aveva preso il marchio di "colbertisme high - tech".
L'uscita di De Gaulle dalla politica non impedì alla Francia di
riprendere i legami con gli Stati Uniti e la Germania. Il successore
del generale, Georges Pompidou, eletto nel maggio 1969, ritenne
fondamentale riavvicinare la Francia ai suoi alleati e distaccarsi da
quella politica di carattere antistatunitense che aveva marcato la
linea estera di De Gaulle. Inoltre, Pompidou comprese la necessità di
accettare l'adesione della Gran Bretagna alla CEE. Nel frattempo, per
gli Stati Uniti, impegnati sul fronte in Vietnam, due erano gli
obiettivi principali: integrare le forze europee con la NATO e
ribadire la propria leadership.
Pompidou mostrò le sue nuove intenzioni, convocando una Conferenza
all'Aja tra il 1° e il 2° dicembre 1969, invitando i governi dei Sei.
Alla Conferenza dell'Aja, il neo presidente francese rese chiaro il
proprio consenso per l'adesione della Gran Bretagna, a patto che gli
accordi sulla PAC fossero stati completati. Oltre al "completamento"
della Comunità, Pompidou parlò di "approfondimento", per indicare gli
sforzi da condurre per studiare una migliore evoluzione delle
strutture comunitarie e di "allargamento", per l'accettazione di nuovi
paesi che volevano far parte della CEE. Per i francesi, l'entrata
della Gran Bretagna, avrebbe significato un maggior equilibrio per
contrastare quella politica detta "ostpolitik" lanciata dal nuovo capo
di governo tedesco Willy Brandt. Quest'ultimo, infatti, era stato
eletto come Ministro degli Esteri del governo Kisienger, successivo a
quello di Erhard che aveva sostituito Adenauer. Nel 1969, Brandt
divenne Cancelliere ed avviò una nuova politica estera (ostpolitik)
nei confronti della Germania orientale, dell'URSS e dei paesi
dell'Europa orientale, con lo scopo di non essere l'ultimo "bastione",
in uno scenario bipolare sempre più teso. Brandt, difatti, riuscì a
stringere contatti amichevoli e pacifici per migliorare la situazione
geopolitica del proprio paese. Oltre a ciò, vi era l'obiettivo per i
tedeschi di emanciparsi dagli alleati e di avanzare una politica
estera indipendente. Su questa scia, Brandt stipulò un trattato con
l'URSS per una risoluzione delle controversie in via pacifica (12
agosto 1970) e un altro con la Polonia firmato a Varsavia il 7
dicembre 1970 che riconosceva la linea Oder - Neisse come confine tra
i due paesi. Oltre a questi trattati, sulla linea di pace avanzata,
Brandt firmò il trattato di non proliferazione nucleare. Nel
frattempo, si avviò una Conferenza alla quale presero parte gli Stati
Uniti, il Canada e altri paesi europei. La prima sessione iniziò ad
Helsinki, in Finlandia, il 22 novembre 1927 per terminare nel luglio
1975. Nel 1° agosto 1975 fu redatto un documento contenente degli
importanti principi che fu firmato da 33 paesi. Il documento era
diviso in quattro parti: il primo riguardava i principi politici della
sicurezza europea, con l'impegno di riconoscere l'inviolabilità dei
confini d'ogni paese e la non interferenza nella politica interna,
oltre al riconoscimento dell'appartenenza ad organizzazioni
internazionali. La seconda parte riguardava la cooperazione economica,
culturale e scientifica tra i vari paesi. La terza parte, invece,
riguardava il rispetto dei diritti umani, clausola che fu
difficilmente accettata dall'URSS ed infine la quarta parte che
indicava una futura Conferenza da tenersi a Belgrado per l'attuazione
dei principi tracciati. La Germania ovest, oltre a partecipare alla
Conferenza di Helsinki e a firmare il relativo documento, stipulò un
trattato con la Germania orientale non appena Ulbricht, a capo del
governo, persona rigida e non molto aperta, lasciò l'incarico a
Honecker, con il quale, invece, era possibile un dialogo. La
stipulazione avvenne il 21 dicembre 1972, con un trattato fra le due
Germanie che prevedeva "relazioni di buon vicinato sulla base
dell'uguaglianza dei diritti", con un incremento degli scambi
commerciali e culturali. Infine, Brandt firmò un nuovo trattato con la
Cecoslovacchia, per far cadere gli accordi di Monaco del 1938.
Gli obiettivi che si erano tracciati alla Conferenza dell'Aja furono
ripresi il 30 giugno 1970, subito dopo che in Gran Bretagna Edward
Heath fu eletto come nuovo premier. In tal modo si terminò il
"completamento", con il decreto del regolamento finanziario richiesto
dai francesi per la PAC e con la conferma dell'adesione di nuovi
paesi. Oltre a ciò, si avviarono degli studi per conseguire una
prossima unificazione monetaria e politica senza tuttavia toccare il
tema della sovranazionalità.
Il negoziato con Londra
Con la completa entrata in vigore della PAC, nacquero dei problemi tra
Germania e Francia, poiché quest'ultima, a causa della svalutazione
della propria moneta riusciva ad esportare maggiormente i propri
prodotti agricoli in Germania, a danno dei produttori nazionali
tedeschi. Per ovviare alle fluttuazioni delle monete che incidevano
direttamente nell'economia internazionale e più specificamente nel
rapporto tra esportazione/importazioni tra due e più paesi, furono
introdotti i cosiddetti "montanti compensativi monetari", che
equivalevano a delle tasse per coloro che erano favoriti
nell'esportare ed a degli indennizzi per coloro che erano danneggiati.
In tal modo, con tale soluzione temporanea si cercava di ripristinare
le condizioni ideali per un mercato unico. Invero, le fluttuazioni
monetarie negli anni '70 furono numerose e per questo motivo i
montanti compensativi, da soluzione di breve periodo, si affermarono
per un lungo periodo.
Oltre alle difficoltà strettamente inerenti alla PAC, un'altra
questione si profilava nell'ambito finanziario, cioè quella delle
risorse della Comunità che nel 1965 aveva destato il disprezzo
francese ed aveva contribuito a paralizzare la Comunità con una delle
crisi più profonde. Cinque anni dopo, il francese Pompidou mostrava il
proprio consenso e nell'aprile 1970 accettò l'applicazione dell'art.
201 del Trattato di Roma, il quale autorizzava la Comunità di dotarsi
di "risorse proprie". L'applicazione sarebbe entrata in vigore il 1°
gennaio 1971 e sarebbe stata completa entro il 1° gennaio 1975. Le
risorse di cui la Comunità si dotava sarebbero state attinte dai
prelievi agricoli, dai dazi delle tariffe doganali e dall'IVA, la
tassa sul valore aggiunto. Tuttavia, il cespite principale fu proprio
l'IVA e le risorse cominciarono ad essere pienamente disponibili a
partire dal 1980. Insieme alla questione delle risorse della Comunità,
fu affrontata e regolata la questione dei poteri da conferire al
Parlamento, il quale infine aveva:
1) la facoltà di proporre cambiamenti sulle allocazioni fisse, nelle
quali in ogni caso le decisioni definitive spettavano al Consiglio dei
ministri;
2) il potere di emendare la parte del bilancio non impiegata, che si
allargherà solo con il passare del tempo e con la riduzione dei fondi
destinati alla PAC;
3) il diritto di approvare o di respingere il bilancio nella sua
totalità, atto gravissimo e improbabile per gli effetti di paralisi
che avrebbe prodotto sul funzionamento della Comunità;
Con l'attribuzione di queste nuove facoltà al Parlamento, fu risolto
il problema della crisi della 1965. L'adesione della Gran Bretagna, fu
discussa e risolta subito dopo, anche se durante la fase delle
trattative, molte erano le problematiche, dettate dai propri interessi
economici - politici, che si affacciavano alla discussione. Difatti,
per la Gran Bretagna, il nuovo premier Heath accennò al Commonwealth
ed ai privilegi che la sterlina deteneva come moneta di riserva e che
gli altri Sei non avrebbero tollerato. Inoltre si discusse della PAC
che avrebbe danneggiato il consumatore britannico con un rialzo dei
prezzi dei prodotti agricoli. Tuttavia, questi problemi furono risolti
durante un incontro riservato tra Pompidou e Heath: i due si
accordarono sul fatto che la Comunità non tenesse più una linea
antistatunitense e che la Gran Bretagna privasse la sterlina dal
carattere di moneta riserva (una convinzione di Heath che maturava
sempre di più allorché i legami con il Commonwealth venivano meno).
Tuttavia, l'accordo più importante che fu alla base dell'adesione fu
quello di mantenere la Comunità europea un'istituzione priva di poteri
sovranazionali; ciò obbediva ad un medesimo interesse dei due paesi.
Insieme alla Gran Bretagna, anche altri paesi aderenti all'EFTA
avevano deciso di candidarsi per aderire alla CEE: vi era la
Danimarca, l'Irlanda e la Norvegia.
Per quanto riguardò la ratificazione a livello parlamentare, la
Danimarca si espresse con il 63,5 % contro il 36,5%, mentre l'Irlanda
si espresse con l'83% contro il 17% e la Norvegia, invece, respinse il
Trattato con il 53,3% dei voti contro il 46,7%.
In Gran Bretagna, la ratificazione avvenne il 28 ottobre 1971 con 356
voti a favore e 244 contro e 22 astensioni. In Francia, l'accordo
d'adesione fu sottoposto a referendum che diede i seguenti risultati:
10502756 favorevoli, 5008469 contrari ed astenuti 11489230.
Le nuove adesioni furono firmate il 22 gennaio 1972 a Bruxelles.
Per la Gran Bretagna, con il nuovo accordo, si stabiliva un
finanziamento alla Comunità che sarebbe durato fino al 1978 ed un
periodo di cinque anni per integrarsi alla PAC e al processo
d'abolizione dei dazi doganali. Per quanto riguardava l'EFTA, la Gran
Bretagna decise di rimanervi, costituendo progressivamente un'area di
maggior scambio.
In tal modo, con l'adesione di questi tre nuovi paesi, la Comunità dei
Sei diveniva dei Nove e la questione dell'allargamento discussa alla
Conferenza dell'Aja era stata risolta. Ultima questione era quella
dell'approfondimento, che si risolse nel marzo 1970, con l'incarico
affidato al visconte belga Etienne Davignon, a capo di un comitato, di
sondare i governi della Comunità sul tema dell'unificazione politica e
di predisporre per gli aggiornamenti sui sondaggi, due riunioni
all'anno a livello ministeriale. Tuttavia, anche se le discussioni
sull'unificazione politica si tennero tra il 19, il 20 e il 21 ottobre
1972, con il rapporto Davignon che affermava che il processo per
l'unificazione politica era soddisfacente ma non ancora completo,
negli anni a seguire, tra il 1973 e il 1974 non si registrarono slanci
in direzione dell'unificazione politica. Soltanto nel dicembre 1974,
si consumò il fallimento della Commissione Davignon ma si ritenne
necessario proporre nuove iniziative, tra le quali quella di riunire
tre volte l'anno gli incontri dei capi di Stato e di governo in un
Consiglio Europeo ed infine incaricando il belga Leo Tindemans di
preparare un rapporto per la trasformazione della Comunità in unione
politica.
Nixon svaluta la moneta
Gli Stati Uniti, impegnati sul fronte vietnamita non avevano più
potuto esercitare come prima la loro influenza in Europa; oltre a ciò,
gli stessi paesi europei e il Giappone avanzarono delle politiche
economiche di carattere mercantilista che danneggiavano sempre di più
gli Stati Uniti ancorati al sistema monetario del gold - standard. Nel
momento in cui Richard Nixon fu eletto presidente nel 1968, gli Stati
Uniti cercarono nuovi dialoghi con gli europei e avviarono una nuova
politica estera ed interna, volte a rimediare i problemi della
precedente amministrazione. Per ovviare alle difficoltà che
attanagliavano sempre di più l'economia statunitense, il presidente
decise di avviare una politica deflazionistica che non riuscì tuttavia
a risolvere i due più grandi problemi: la disoccupazione e
l'inflazione. Oltre a ciò, tale politica contribuì a scoraggiare gli
investitori. Tra il 1970 e il 1971 le speculazioni sul mercato
valutario si rendevano sempre più preoccupanti sino al punto in cui
Nixon decise di non supportare più la politica del cambio fisso della
moneta. Così, nella primavera del 1971, decise di avviare una "nuova
politica economica" che avrebbe riguardato l'economia interna ed
esterna: per quanto riguardarono le misure interne, si procedette al
controllo dei salari e ai tagli alla spesa pubblica; esternamente, fu
sancita l'abolizione della convertibilità del dollaro (ciò significava
la fine del sistema di Bretton Woods) e un'imposta del 10% sulle
importazioni e la svalutazione del dollaro.
Questa nuova linea assunta dal presidente aveva come obiettivo quello
di colpire i paesi europei e il Giappone, protagonisti in quegli
ultimi anni, di una politica commerciale agguerrita ed
approfittatrice.
Nascita di un serpente
La crisi monetaria statunitense si ripercosse inesorabilmente sulle
economie europee. I nove sempre più preoccupati nell'affrontare le
continue speculazioni, si stringevano attorno alla questione già
dibattuta alla Conferenza dell'Aja per quanto concerneva lo studio e
lo sviluppo di un'unione economica e monetaria. A tal proposito,
Raymond Barre, membro della Commissione addetto alle questioni
monetarie, era stato incaricato di redigere una serie di proposte sul
tema. Insieme a Barre, anche il lussemburghese Pierre Werner fu a capo
di un gruppo di studio per la questione monetaria.
Il rapporto Werner insieme al piano Barre e la seguente modifica di
questi documenti, permise la riunione del Consiglio dei Ministri nel
22 marzo 1971 che decise di avviare un serio iter verso l'unione
monetaria. Presupposto di base era quello di armonizzare ed
equilibrare le oscillazioni delle monete dei Nove entro un limite pari
al ±2,25%. Tale sistema prendeva il nome di "serpente" monetario.
Tuttavia, a causa delle forti oscillazioni di cui erano preda le
monete dei Nove, agli inizi degli anni '70, soltanto nel 1972 il
serpente entrò in azione. Non mancarono, anche in seguito, difficoltà:
la Gran Bretagna, per prima, dovette sorpassare la soglia del 2,25% e
lasciare il serpente, così come più tardi l'Irlanda e l'Italia di
Andreotti.
Nonostante questi segni di scoraggiamento, Pompidou, assieme a Brandt,
decise di convocare il vertice parigino che si tenne tra il 19 e il 21
ottobre 1972 e che tracciò quattro direttrici che la Comunità dei Nove
avrebbero dovuto seguire:
1) istituzione, entro il 1° aprile 1973, di un Fondo europeo di
cooperazione monetaria;
2) adozione entro il 1° aprile 1974 di un programma d'azione in tema
di politica sociale per il passaggio alla seconda tappa dell'unione
economica monetaria;
3) entrata in vigore entro il 31 dicembre 1973 di un Fondo di sviluppo
regionale alimentato con risorse proprie;
4) obiettivo di trasformare, entro la fine del decennio, nel rispetto
assoluto dei Trattati già sottoscritti, l'insieme dei rapporti fra gli
stati membri in una Unione europea; entro il 1980 sarebbe stata
realizzata l'Unione economica e monetaria;
Inerente al tema dell'unione politica, il vertice parigino non
aggiungeva niente d'importante. Soddisfatto del vertice e dello
sviluppo della Comunità era il francese Pompidou, il quale era
riuscito a rispettare i tre obiettivi che si era posto alla Conferenza
dell'Aja: "completamento", "approfondimento", "allargamento".
In tal modo la Francia era riuscita a prendere il controllo della
situazione e si presentava come perno e motore principale della
Comunità europea.
Henry Kissenger, diplomatico statunitense di prestigio, fu nominato
dal presidente Nixon come "consigliere speciale per gli affari della
sicurezza nazionale". Egli collaborò con il presidente per tracciare
la nuova politica estera col fine di riallacciare i contatti con gli
europei.
Il 23 aprile 1973, durante il pranzo annuale dell'Associated Press a
New York, Kissinger parlò del 1973 come l'anno dell'Europa, inteso
come periodo durante il quale ristabilire i legami con i paesi
europei. Tuttavia, ciò che caratterizzò la sua visione, furono le
parole che egli espresse nell'occasione, affermando: "Per ciò che
riguarda i rapporti economici la Comunità europea ha sviluppato in
modo crescente la propria vocazione regionale, mentre gli Stati Uniti
si trovano ad assumere responsabilità molto più vaste per quanto
attiene il commercio internazionale e il sistema monetario".
Questo discorso di Kissinger irritò gli europei e soprattutto i
francesi, i quali avevano sempre osteggiato la dominante politica
statunitense. Kissinger, invece, volle esprimere ancora una volta che
i due poli più grandi e più importanti erano rappresentati
rispettivamente dagli Stati Uniti e dall'URSS; l'Europa, in tale
contesto, era considerata niente di più che una potenza di carattere
regionale.
Ciò, tuttavia, non impedì la firma di una dichiarazione
d'interdipendenza tra America ed Europa in materia di difesa (nel
novembre 1973), che affermava però l'indipendenza europea nel settore
politico ed economico, dando così uno "schiaffo" morale al tentativo
degli Stati Uniti di ridurre l'importanza europea.
Ma la questione si rovesciò nel momento in cui scoppiò la guerra dello
Yom Kippur (giorno dell'espiazione nel calendario ebraico) il 6
ottobre 1973.
L'attacco egiziano colpì improvvisamente lo stato d'Israele. Gli Stati
Uniti, con il nuovo segretario di stato Kissinger, decisero di
supportare l'Israele e offrire rifornimenti ed aiuti, cercando di
coinvolgere anche i paesi europei, i quali, tuttavia, si rifiutarono
di aderire poiché temevano la reazione dei paesi dell'OPEC
(Organization of Petroleum Exporting Countries), creata nel 1960. I
paesi europei si giustificarono spiegando che il Patto Atlantico non
copriva l'area del conflitto. Tuttavia, la reazione statunitense
provocò l'irritazione del mondo arabo, che unito, mediante l'OPEC,
praticò una politica umiliante d'embarghi nei confronti dei paesi che
apertamente sostenevano Israele (Stati Uniti, Portogallo, Rhodesia,
l'Olanda, il Sud Africa). Nei confronti degli altri paesi, invece, che
rimanevano neutrali, fu praticato l'innalzamento dei prezzi del
petrolio che dai 3 dollari per barile dell'ottobre 1973 si arrivava a
11,65 dollari nel dicembre 1973. Il prezzo del petrolio si era dunque
quadruplicato nel giro di tre mesi e ciò concorreva a piegare i paesi
europei industrializzati (tranne la Francia che sosteneva apertamente
i paesi arabi) la cui principale fonte energetica era il petrolio.
Sindrome da "shock" petrolifero
L'aumento dei prezzi del greggio causò notevoli difficoltà e problemi
ai paesi europei, i quali tentarono inizialmente di riunirsi per
programmare dei piani di risparmio energetici. Nel frattempo,
l'impatto sull'economia si rendeva sempre più acre sino a generare
un'inflazione elevata e una disoccupazione preoccupante.
I paesi europei, primo tra tutti la Francia, respinse il tentativo di
Kissinger nel 1974 di cercare una soluzione comune nei confronti del
mondo arabo. La stessa Francia, con il ministro degli Esteri Jobert,
entrò in aperto contrasto con gli Stati Uniti. I paesi europei, dopo
una riunione del Consiglio dei ministri, decisero di avviare un
rapporto politico - economico con il mondo arabo, senza l'interferenza
degli Stati Uniti.
Kissinger, quando seppe del dialogo che gli europei vollero avviare da
soli e senza alcuna consultazione con gli Stati Uniti, affermò che
sarebbero seguite delle "gravi conseguenze" nel rapporto con l'Europa.
Tuttavia, il contrasto trovò altre occasioni nelle quali manifestarsi:
la crisi di Cipro del 1974 e la caduta del regime dittatoriale
portoghese (sempre spalleggiato dagli Stati Uniti) di Marcelo Caetano.
In più, si diffondeva in Europa un sentimento di antiamericanismo
percepito per lo più tra le masse giovanili.
L'asse tra Schmidt e Giscard
Nel 1974 il presidente francese Pompidou morì, e l'incarico fu
conferito a Valery Giscard D'Estaing. In Germania ovest, Willy Brandt
lasciava il posto a Helmut Schimdt ed in Gran Bretagna, Heath perse le
elezioni e il nuovo premier fu il laburista Harold Wilson. Nello
stesso anno si discusse al vertice parigino il contributo britannico
alla Comunità, una questione che era stata sollevata non appena la
Gran Bretagna aveva aderito alla CEE. Soltanto a Dublino, tra il 10 e
l'11 marzo 1975 fu stabilito un meccanismo correttore attraverso il
quale diminuiva la dose d'aiuti e il contributo che la Gran Bretagna
doveva alla Comunità. Ciò, non attutì in parte le richieste
britanniche, tuttavia, in un referendum sul livello di consenso
dell'entrata in Europa, i britannici s'espressero con il 67,2% dei
voti favorevoli.
Al vertice parigino, si era anche deciso di istituzionalizzare i
Consigli europei, in altre parole quelle riunioni che vedevano
presenti i capi di stato e di governo con i rispettivi Ministri degli
Esteri. I Consigli europei si sarebbero riuniti tre volte l'anno ed
avrebbero detenuto poteri esecutivi su molti settori, compresa la
politica estera. La Commissione, invece, deteneva poteri di proposta,
di promozione e sviluppo.
Per contrastare (o meglio equilibrare) i nuovi poteri conferiti ai
Consigli europei, Giscard propose di rafforzare l'Assemblea
parlamentare, rendendola eleggibile a suffragio universale e diretto.
La proposta francese trovò l'appoggio degli altri partners europei.
Oltre a ciò, si spianò la strada per la costituzione del Fondo di
sviluppo regionale, sempre contrastato dai tedeschi, ma che adesso
trovava il via libera dopo il consenso tedesco. Infine, Leo Tindemans
era incaricato di stendere un rapporto da consegnare alla fine
dell'anno, per studiare delle proposte per un'Unione europea da
rendersi concreta entro la fine del decennio.
La paralisi comunitaria
All'indomani del vertice parigino del 1974, la Comunità europea cadde
in crisi. Nel biennio 75' - 76' il rialzo del prezzo del greggio
continuò ad incidere negativamente sulle economie dei Nove. Mentre gli
Stati Uniti, invece, nella Conferenza di Giamaica del 1976, riuscivano
a creare un sistema ove l'oro era sostituito con i "diritti speciali
di prelievo" calcolati in conformità ad un paniere delle principali
monete mondiali e quindi favorendo il dollaro negli scambi
commerciali, i vari paesi europei agirono differentemente contro la
crisi economica. Da una parte, Francia, Belgio, Olanda, Danimarca,
tentarono di riprendere la crescita mediante gli investimenti; in
particolare, la Francia investì sul settore nucleare costruendo
numerosi centrali e divenendo il primo paese europeo produttore
d'energia elettrica; dall'altra parte, vi era l'Italia che cercò di
superare la crisi aumentando la spesa pubblica e dunque il deficit
nazionale. La Gran Bretagna, riuscì invece a sfruttare i giacimenti
petroliferi del Mar del Nord ed in parte attutì la crisi. La Germania,
infine, si rese conto che era necessario avviare e riprendere i
dialoghi con gli Stati Uniti e a tal fine instaurò un rapporto
speciale con Washington.
I vari paesi europei avevano agito soli ed indipendenti anche se un
tentativo comune fu proposto da Giscard per contrastare una crisi che
investiva tutta l'Europa. Giscard propose un summit dove avrebbero
partecipato tutte le più grandi potenze. Gli Stati Uniti furono
invitati, con il nuovo presidente Gerard Ford ed il segretario di
Stato Kissinger. Oltre agli Stati Uniti, fu invitato il Giappone di
Maki e la Gran Bretagna di Wilson, ad eccezione dell'Italia, non
voluta Giscard perché stava attraversando una crisi economica che
difficilmente avrebbe superato. Tuttavia, le pressioni degli Stati
Uniti riuscirono a far rientrare l'Italia nel summit, ma il vertice
non concluse niente di concreto. Allo stesso modo, il rapporto
Tindemans era votato al fallimento nel 1977, dato che tutte le
proposte contenute nel documento non furono accolte. In tal modo si
rendeva evidente una paralisi comunitaria che aveva impedito seri e
concreti sviluppi. Soltanto alcuni nuovi accordi commerciali con i
paesi africani, con il Trattato di Yaoundé (luglio del 1963) e poi con
la Conferenza di Lomé (febbraio 1975) stimolarono gli scambi
commerciali con i paesi dell'ACP (Africa, Caraibi e Pacifico). Oltre a
ciò furono stretti legami commerciali con Egitto, Siria e Libano
(gennaio 1977), con Israele e Jugoslavia, con Turchia, Cipro e Malta.
L'ora dello SME
A seguito della crisi economica che interessava la maggior parte dei
paesi europei, vi furono i primi segni di ripresa nel 1977. La
Germania, tramite una politica prettamente deflazionistica riusciva a
riprendersi insieme alla Francia. Gli Stati Uniti, invece, vivevano la
fine della coppia Ford - Kissinger e l'elezione nel novembre 1976 del
nuovo presidente democratico Jimmy Carter, con il segretario di stato
Zbigniew Brzezinski. L'amministrazione Carter interruppe quel rapporto
speciale che si era creato in precedenza tra Bonn e Washington.
Difatti la nuova presidenza, dietro consiglio di Brzezinski, avanzava
una linea politica economica detta delle "tre locomotive", riferendosi
alla Germania, al Giappone e agli Stati Uniti. I tre paesi, secondo il
piano statunitense, avrebbero dovuto espandere la loro economia in
modo tale da creare maggiori benefici sociali, con la possibilità di
far crescere economicamente anche gli altri paesi in via di sviluppo.
Tuttavia, la Germania declinò poiché essa non avrebbe supportato
politiche economiche espansioniste. Schimdt preferiva invece una
politica deflazionistica. Quando l'appello di Carter si rivolse
all'intera Comunità, i paesi europei declinarono. Non bastò neanche
l'incontro segreto a Versailles nel febbraio 1978, tra Stati Uniti,
Francia, Germania, Gran Bretagna e Giappone (l'Italia fu esclusa) per
avvicinare l'economia europea a quella statunitense.
Al contrario, gli europei decisero di riprendere il tema dell'unione
monetaria, prima discusso nel vertice di Parigi del 1972.
Il nuovo presidente della Commissione, Roy Jerkins, propose l'unione
monetaria insieme all'elezione a suffragio universale e diretto
dell'Assemblea parlamentare e all'adesione di Spagna e Portogallo.
La proposta fu discussa ed approvata in seno al Consiglio europeo tra
il 7 e l'8 aprile 1978 a Copenhagen, dove fu anche decisa l'elezione
diretta del Parlamento europeo, nonostante i britannici espressero il
loro dissenso. Qualche mese più tardi a Brema e in seguito a Bruxelles
fu stabilito e programmato il nuovo sistema monetario europeo.
Esso era composto da tre elementi complementari: l'ECU (European
Currency Unit), il cosiddetto "meccanismo di cambio" e quello della
solidarietà finanziaria. L'ECU era una moneta che riuniva le monete
dei paesi della Comunità a seconda delle rispettive economie. Il marco
tedesco, ad esempio, incideva nell'ECU con una percentuale pari al
53%, mentre il franco francese incideva con il 19,8%, la sterlina con
il 13,3% e la lira con il 10,5%.
Il meccanismo di cambio stabiliva che le singole monete potevano
oscillare rispetto alla parità centrale dell'ECU del ±2,25% rispetto
alle altre monete. Se una moneta si fosse avvicinata ai limiti
rispetto ad un'altra, le banche centrali dei due paesi coinvolti
avrebbero venduto o acquistato moneta per riequilibrare il tasso verso
il livello di parità. In pratica, lo SME si configurava come un
sistema monetario a tasso di cambio fisso.
Infine la solidarietà finanziaria si basava su un meccanismo che
garantiva crediti di breve e medio termine per coloro che si sarebbero
trovati in difficoltà.
Il Sistema Monetario Europeo era così progettato ma la Gran Bretagna
con James Callaghan, per via delle elezioni anticipate e per evitare
di perdere il proprio consenso politico, decise di non aderire ad un
sistema che avrebbe troppo avvantaggiato il marco rispetto alla
sterlina.
Lo SME iniziò a funzionare nel marzo 1979; otto paesi vi presero
parte: Germania, Francia, Danimarca, Benelux, Irlanda e Italia.
Quest'ultima, dopo un primo "no" a causa dell'impossibilità di
rispettare le oscillazioni entro il 2,25% fu convinta da Schmidt, in
un incontro a Siena con Andreotti, con la concessione di
un'oscillazione pari al 6%.
In tal modo lo SME si presentava come un sistema monetario in grado di
concorrere con quello statunitense. Ciò, contribuì a rendere sempre
più critici i rapporti tra i paesi europei e gli Stati Uniti.
Il meccanismo correttore, deciso nel vertice di Dublino del 1975,
aveva in parte soddisfatto l'allora premier britannico Harold Wilson,
che aveva sollevato il problema dell'oneroso sforzo sostenuto dalla
Gran Bretagna nel finanziare la Comunità. Tale questione fu ripresa
allorché Margaret Thatcher fu eletta Premier, il 4 maggio 1979. Ella
decise di avviare una politica di stampo liberale, con l'intenzione di
sanare la situazione economica britannica sempre più preoccupante,
imponendo una restrizione del deficit.
Thatcher cercò, dunque, di sollevare il problema in seno al Consiglio
di Strasburgo tra il 21 e il 22 giugno 1979 e in seguito a Dublino tra
il 29 e il 30 novembre 1979. Il nuovo premier fu chiaro e distinto e
così affermò: "Avremo un deficit per il 1980 di 1700 miliardi di ECU,
di gran lunga superiore a quello tedesco. Per gli anni seguenti sarà
peggio. Così non andiamo avanti". La Thatcher, dopo queste parole,
lasciò la seduta.
Tuttavia, i consigli che seguirono a quello Dublino non risolvettero
alcunché. Soltanto quando l'inglese Roy Jerking, presidente della
Commisione, fu sostituito dal lussemburghese Gaston Thorn, il 1° primo
gennaio 1981, allora si studiò un nuovo piano per la Comunità, che
riguardava anche il settore agricolo. In particolare, il rapporto
Thorn prevedeva che la voce relativa alle spese agricole non fosse
considerata come una parte del deficit, poiché si prevedeva un
indennizzo fornito da coloro che traevano maggiori profitti dalla PAC
da destinarsi a coloro che, invece, ne erano svantaggiati, come nel
caso della Gran Bretagna. Il rapporto Thorn destò differenti reazioni:
la Germania si oppose poiché essa era la prima contribuente della
Comunità e non voleva sostenere altre spese; la Gran Bretagna, non si
mostrò contraria, mentre la Francia e l'Italia furono favorevoli, a
patto che nuove iniziative comunitarie si avviassero.
Prime elezioni a Strasburgo
Le prime elezioni del Parlamento europeo si tennero nella città di
Strasburgo, ai confini tra Francia e Germania, tra il 7 e il 10 giugno
1979. Il numero dei deputati era pari a 410 così divisi: 81 alla
Repubblica federale di Germania, all'Italia, alla Francia e alla Gran
Bretagna, 25 all'Olanda, 24 al Belgio, 16 alla Danimarca, 15
all'Irlanda e 6 al Lussemburgo.
Due anni più tardi, con l'adesione della Grecia, poi della Spagna e
del Portogallo, si aggiunsero ben 108 deputati (24 per la Grecia, 60
per la Spagna e 24 per il Portogallo). Tuttavia, le prime elezioni per
il Parlamento europeo si basarono su dei sistemi elettorali non
proporzionati e scorretti, in particolare, per quanto riguardava la
distribuzione dei seggi. Oltre a quest'aspetto, si aggiungeva quello
dei poteri conferiti al Parlamento, che erano strettamente limitati se
posti in confronto con quelli spettanti agli altri organi comunitari.
Nel 1980, si registrò il primo contrasto all'interno della Comunità,
un blocco nato in seguito all'esercizio del potere di verifica e
approvazione del bilancio. Il Parlamento, nel caso in questione, non
approvò il bilancio proposto dalla Commissione europea e ciò creò una
paralisi a livello istituzionale. Tuttavia, la Commissione, l'anno
seguente propose un medesimo bilancio che il Parlamento europeo fu
costretto ad approvare, poiché la Commissione aveva la facoltà di
spendere.
Genscher, Colombo e il progetto Spinelli
Il ministro degli esteri tedesco Genscher in collaborazione con il
presidente del parlamento europeo Colombo, avanzò al Parlamento
europeo una nuova proposta che aveva lo scopo di rilanciare l'Unione
europea. Nel documento presentato nel novembre 1981, erano contenute
delle proposte per aumentare i poteri del Consiglio europeo e quelli
del Parlamento europeo. Tuttavia, la proposta Genscher - Colombo si
intrecciò sfortunatamente con le vicende politiche della Francia e
della Germania, che non vedevano più alla guida dei propri paesi,
Giscard e Schimdt, ma il nuovo presidente di sinistra Francois
Mitterand (eletto nel'83) ed Helmuth Kohl (eletto nel'81). Il
programma politico economico francese e quello tedesco, distolsero
l'attenzione dal progetto di Genscher - Colombo fino al 1983, quando
al Consiglio europeo di Stoccarda, il 19 giugno, si fece una
"Dichiarazione solenne sull'Unione europea", riprendendo in parte
l'idea alla base della proposta Genscher - Colombo. Tuttavia, allora,
ogni proposta di allargare i poteri in seno agli organi comunitari e
di rafforzare maggiormente la cooperazione politica, non erano
menzionati nella dichiarazione. In tal modo, alla chiusura del
Consiglio europeo, una nuova impasse bloccava qualsiasi sviluppo in
direzione dell'Unione europea.
Allo stesso modo, parallelamente, Altiero Spinelli insieme ad altri
deputati riuniti nel "Club del coccodrillo", avanzò una proposta
sull'Unione europea che fu accolta dal Parlamento il 14 settembre 1983
e approvata il 14 febbraio 1984. Tale proposta prevedeva un maggior
potere esecutivo affidato al Consiglio Europeo, ed altri poteri simili
a quelli di un parlamento e di un governo tradizionale, da conferire
alla Commissione e al Parlamento europeo. Oltre a ciò, la proposta
stabiliva le materie in cui l'Unione avrebbe avuto competenza
esclusiva (in accordo con il principio di sussidiarietà) e quelle con
competenza concorrente. Nelle prime ricadevano il Mercato comune e
l'agricoltura, mentre nelle seconde vi erano i trasporti, l'energia e
la ricerca.
La proposta di Spinelli, tuttavia, rimase soltanto approvata in teoria
ma non fu mai applicata e ben presto cadde nell'oblio. In tal modo, si
perdeva anche un'altra proposta che voleva dare un nuovo slancio
all'Unione europea.
Diversamente, al Consiglio di Fountainbleu (25 - 26 giugno 1984), si
discusse della questione della Gran Bretagna, che la Thatcher non
aveva mancato di sollevare nei precedenti Consigli europei. Questa
volta, la questione fu risolta con la decisione di dare alla Gran
Bretagna 10 milioni di ECU e di ridurre il suo compenso alla Comunità.
Insieme a questa misura, si decise l'aumento dell'IVA dall'1% sino
all'1,4% per aumentare i fondi.
Il peso dell'Europa verde
Al vertice del Fountainbleu, fu anche decisa una nuova riforma
d'apportare alla PAC. Furono accordati i seguenti punti:
1) per quasi un terzo dei prodotti agricoli veniva fissato un tetto
oltre il quale il produttore non avrebbe più ricevuto il prezzo
garantito;
2) venivano adottate quote di produzione per un periodo di cinque anni
al fine di ridurre la sovrapproduzione di latte;
3) venivano smantellati i Montanti compensativi introdotti nel 1971;
4) veniva razionalizzata la politica dei prezzi al fine di renderla
più aderente alle condizioni del mercato; in particolare, per gli anni
1984 - 85 il livello dei prezzi veniva fissato con un aumento medio
del 3,3% rispetto a un tasso di inflazione del 5,1%;
5) venivano ridotti o aboliti i sussidi per il latte, le carni, i
cereali, la frutta e gli ortaggi;
6) veniva confermato il principio della preferenza comunitaria con la
riduzione delle importazioni di prodotti agricoli da Paesi non facenti
parte della Comunità;
Ciò contribuiva a rendere meno onerosi i contributi della Comunità da
destinare alla PAC. Oltre a ciò, nuove iniziative presero corpo:
l'ESPRIT (European Strategie Program), l'EUREKA (European Research
Coordination Agency), l'Eurobit, l'Eurobio e l'Euromat. Oltre a ciò,
si formava la PETRA (per la formazione professionale), ERASMUS, per lo
scambio degli studenti tra i vari paesi europei, COMETT, programma di
cooperazione inter - universitaria.
Nuovi soci: Grecia, Spagna e Portogallo
La Comunità, nel 1981, aveva accolto un nuovo membro: la Grecia. Il 1°
gennaio 1986 accolse altri due paesi, la Spagna e il Portogallo. Per
essi, erano previsti 7 anni d'integrazione per raggiungere la piena
libertà di circolazione dei lavoratori, dei servizi e dei capitali.
L'adesione della Spagna fu possibile soltanto quando si liberò da
Franco, morto nel 1975. Anche il Portogallo usciva dall'esperienza
dittatoriale di Caetano, che cadde nel 1974. I due paesi,
contribuirono ad equilibrare il peso preponderante degli altri paesi
del nord all'interno della Comunità europea. Nel frattempo, altri
paesi si candidavano: Turchia, Malta, Cipro, Austria, mentre la
Groelandia aveva scelto di non fare più parte della Comunità.
Jacques Delors, fu nominato presidente della Commissione europea il 1°
gennaio 1985. Francese, uomo d'indubbio prestigio politico e dotato
d'acuta intelligenza ed europeista convinto, elaborò dopo il vertice
di Fountainbleu, un Libro bianco - Il Programma novanta - che
raccoglieva alcune delle discussioni che riguardavano l'eliminazione
delle dogane e più in particolare dei vincoli "tecnici" che
comportavano ancora dei costi per lo scambio commerciale nell'area
della Comunità europea. Anche una sentenza della Corte di Giustizia
del febbraio 1979, si poneva sulla stessa linea, affermando che ogni
bene prodotto in uno stato della Comunità doveva avere libero accesso
e libera commercializzazione negli altri Stati membri e che pertanto i
governi avrebbero dovuto provvedere a rimuovere tutti quegli ostacoli
e quelle barriere tecniche che si opponevano alla libera circolazione
dei prodotti.
Tale problema doveva considerarsi sempre di più entro un contesto di
crescita economica che creava nuove domande e richiedeva nuovi canali
di sviluppo. Su questo piano, le barriere non - tariffarie, si
presentavano come degli ostacoli e dei costi inutili, che non facevano
altro che intralciare un libero e più proficuo scambio commerciale.
Il Libro bianco di Delors conteneva i seguenti punti:
1) l'eliminazione delle barriere fiscali, i controlli doganali sulle
merci, sull'immigrazione e sui passaporti, l'ispezione dei bagagli e
tutte quelle complesse operazioni che avvengono alle frontiere e che,
specie per i beni, ritardano la circolazione e ne accrescono i costi;
2) l'eliminazione delle barriere tecniche, quelle cioè create da norme
e regolamenti diverse che prevedono i controlli cui possono essere
sottoposte le merci una volta superate le frontiere, prima di venire
immesse sui mercati;
3) la rimozione delle barriere fiscali, attraverso l'armonizzazione
dei tributi e delle aliquote, per evitare che, con manovre fiscali,
gli scambi commerciali possano essere favoriti o scoraggiati e la
concorrenza possa essere distorta e alterata;
Il Libro bianco, inoltre, richiedeva una maggiore liberalizzazione nei
vari settori coinvolti dalla Comunità. Invero, i punti contenuti nel
documento di Delors erano stati ripresi da due comitati che si erano
riuniti in precedenza: il Comitato Dooge e il Comitato Adonnino.
Il primo aveva studiato la costituzione di uno spazio economico
europeo omogeneo ed una maggiore cooperazione politica, mentre il
secondo si era concentrato sull'aspetto politico e sul rapporto tra
cittadino e Comunità e dunque sull'elezione diretta e a suffragio
universale del Parlamento europeo.
In tal senso, il Libro Bianco si poneva come un bivio per la Comunità,
la quale si ritrovava a scegliere tra la via dello sviluppo o
piuttosto quella della rinuncia, che avrebbe comportato,
paradossalmente, un'impasse totale della Comunità, rendendo vani tutti
gli sforzi che fino allora si erano riversati a favore della causa
europeista.
Milano, il vento del decisionismo
Al Consiglio di Milano, che si tenne tra il 28 e il 29 giugno 1985, il
presidente del Consiglio italiano, Bettino Craxi, propose di
modificare il sistema di votazione, da quello di unanimità a quello di
maggioranza (basandosi sull'art. 236 dei Trattati di Roma), per
affrontare il tema della revisione istituzionale, che doveva essere
affidato ad una Conferenza intergovernativa.
Il vento dell'europessimismo si era ormai assopito, tuttavia, i
risultati della votazione videro la Gran Bretagna, la Danimarca e la
Grecia, rifiutare la convocazione della Conferenza intergovernativa
sulla revisione istituzionale della Comunità. La maggioranza vinse e
dunque si accettava il Libro bianco di Delors.
Durante i primi lavori che si tennero tra il settembre fino al
dicembre 1985, i delegati tentarono di cercare un compromesso con i
paesi che si erano opposti. Jacques Delors, presente alle sedute,
riunì, trascurando volutamente molti punti del suo libro, tutte le
proposte che riguardavano la politica estera, la sicurezza e
l'integrazione europea. L'aspetto più importante, per Delors, rimaneva
quello dell'eliminazione delle barriere doganali.
Tuttavia, i lavori alla Conferenza intergovernativa mancarono nel
comprendere veramente l'iniziativa di Delors.
Nel Consiglio europeo di Lussemburgo (2 - 3 dicembre) e nell'ultima
seduta della Conferenza intergovernativa (16 - 17 dicembre 1985) si
trovarono diversi accordi: il voto a maggioranza cadeva e si
ripristinava quello all'unanimità ad eccezioni delle questioni sul
mercato comune. Inoltre, non vi erano stati riferimenti all'Unione
monetaria.
L'Italia, a differenza della Gran Bretagna, si sentì insoddisfatta
allorché aveva cercato di coinvolgere il Parlamento europeo durante i
lavori della Conferenza intergovernativa, con il fine di dare nuovi
slanci ad una situazione di paralisi che la Gran Bretagna della
Thatcher continuava a non sbloccare.
La firma dell'Atto avvenne il 17 febbraio 1986, con la chiara
insoddisfazione italiana.
Verso il mercato unico
L'Atto Unico entrava in vigore il 1° luglio 1987.
L'Atto Unico si costituiva in due parti: la prima era dedicata alle
modifiche dei Trattati di Roma e al conseguimento del mercato comune
entro il 1992; la seconda, invece, era dedicata alla politica estera.
Oltre a ciò, con l'Atto Unico, il Fondo europeo di sviluppo regionale
entrava a far parte degli enti comunitari, mentre nuove proposte
toccavano il tema della tecnologia, della politica ambientale e
sociale.
In particolare, per ciò che concerneva la riforma dei trattati di
Roma, era predisposta la votazione a maggioranza qualificata nel
Consiglio europeo per diverse materie. Oltre a ciò, il Parlamento
europeo godeva di nuovi poteri: accanto a quello della procedura di
cooperazione che consisteva in una doppia lettura dei documenti, vi
era quello del "parere conforme" che si applicava nel caso di
questioni rilevanti come ad esempio l'adesione di un nuovo membro.
Per quanto riguardava la seconda parte dell'Atto, la politica estera,
erano programmate delle riunioni dei ministri degli Esteri da tenersi
quattro volte l'anno ed in più era accordata una maggiore cooperazione
politica tra Parlamento e Commissione. Infine, era creato un nuovo
Segretariato permanente (con sede a Bruxelles) incaricato di gestire
il settore della politica estera.
Altro tema affrontato fu quello della sicurezza, nel quale si chiedeva
ai "Dodici" di collaborare maggiormente, facendo riferimento sia alla
NATO sia all'UEO.
L'Atto Unico, che prendeva spunto dal Libro bianco di Delors, si
configurava come un insieme di nuove riforme che si ponevano alla base
di quelle che condurranno alla trasformazione della Comunità europea
in una vera Unione.
Per consentire la facilitazione dell'applicazione dell'Atto Unico,
Delors non perse tempo e studiò un pacchetto con i tre seguenti punti
da applicarsi prima dell'entrata in vigore dell'Atto Unico:
1) la riforma della politica agricola con una compressione delle spese
per ridurre le eccedenze;
2) la riforma del sistema di finanziamento e di bilancio della
Comunità per aumentare le risorse;
3) il potenziamento dei cosiddetti fondi strutturali per diminuire il
divario tra il Nord e il Sud;
Il pacchetto Delors, introduceva il concetto di "quarta risorsa", che
indicava un altro tributo che doveva aggiungersi agli altri tre
(prelievi agricoli, dazi doganali, quota di gettito IVA), da
destinarsi ai fondi della Comunità. La quarta risorsa si basava sulla
differenza tra PIL e l'imponibile dell'IVA. La "quarta risorsa"
incontrò l'opposizione italiana, che desiderava, invece, che essa si
calcolasse soltanto in base al PIL. Le richieste italiane furono
accolte durante il semestre tedesco, con Helmut Kohl alla presidenza
del Consiglio europeo.
Con il Consiglio Europeo di Hannover (27 - 28 giugno 1988), gran parte
degli obiettivi del Libro bianco erano stati rispettati e raggiunti.
Il clima di fiducia che ormai regnava nell'atmosfera europea, spinse i
"Dodici" a riprendere il tema dell'Unione monetaria e di quella
politica, decidendo che un anno dopo, al Consiglio di Madrid, si
sarebbe discusso il progetto per arrivare alla moneta unica.
L'Italia, dal canto suo, dovette fare i conti con la propria economica
e chiedeva la prorogazione di due anni per il raggiungimento della
totale liberalizzazione dei movimenti di capitali nell'area
comunitaria, secondo quanto previsto dall'Atto.
Unificazione tedesca e moneta unica
La questione monetaria fu ripresa (come accordato) al Consiglio
europeo di Madrid 26 - 27 giugno 1989 e furono poste delle condizioni
per raggiungere l'Unione Europea Monetaria (UEM).
Tre erano le principali condizioni:
1) la totale convertibilità delle monete europee; (punto già
realizzato)
2) la completa liberalizzazione dei movimenti di capitali; (punto che
si sarebbe raggiunto entro il 1990, poiché l'Italia aveva chiesto un
ritardo)
3) l'eliminazione dei margini di fluttuazione tra le varie valute e
l'instaurazione di rapporti di cambio rigorosamente fissi; (il punto
più importante e più difficile da raggiungere)
Per ciò che concerneva l'ultima condizione, il documento di Delors
proponeva la creazione di un Fondo europeo di riserva, che si doveva
porre alla base di una futura Banca centrale europea, che avrebbe
emesso la nuova moneta e che avrebbe sorretto la nuova unione
monetaria.
Il documento di Delors accennava all'UEM, ma la vera decisione di
costituire un'unione monetaria, fu presa al Consiglio di Roma del 27 e
del 28 ottobre 1990.
Subito dopo il Consiglio di Madrid, la situazione in Germania est
divenne critica. Honecker, avvertito da Gorbaciev, non era riuscito a
distendere il clima politico né a promuovere nuove riforme in grado di
assicurare maggiori libertà ai cittadini. Per questo, nell'estate del
1989, molti cittadini della RDT, lasciavano il territorio per andare
in Ungheria ed in Cecoslovacchia, esercitando il diritto di libera
circolazione entro l'area del Patto di Varsavia. Da quei paesi, poi,
riuscivano ad uscire e a fuggire. Il fenomeno delle fughe aumentò
sempre di più fino a rendere sempre più tesa la questione politica
all'interno della RDT. Difatti, a Berlino, trecentomila persone
scesero in piazza per protestare, chiedendo elezioni libere e un
governo democratico (3 ottobre).
Honocker, lasciò la guida ad Egon Krenz, mentre Will Stoph si dimise
da primo ministro. Il destino della SED era tracciato: l'8 novembre si
dimetteva l'intero politjburo. La stessa sera, era stata comunicata la
notizia che i cittadini potevano uscire dal territorio della RDT da
qualsiasi punto ove fosse possibile. Il giorno dopo accadde la rottura
del Muro di Berlino edificato nel 1961 che concorreva ad aggravare la
crisi.
Helmut Kohl ritenne indispensabile l'intervento della RFT, con
l'intenzione di unificare i territori della RDT, per costituire
un'unica Germania. Il 28 gennaio 1990, si tennero le prime elezioni
libere, che vedevano contrapposte la CDU contro la SPD. I cristiani -
democratici programmavano un'unione immediata mentre la SPD pensava ad
un'unificazione graduale e diluita nel tempo (così come era auspicata
da Gorbaciev). I risultati videro il 94% dei votanti scegliere Kohl e
l'unificazione politica. Le due condizioni per l'unificazione erano:
l'accettazione della stessa moneta e la collaborazione paritaria tra i
due governi. L'aggiunta dei nuovi membri era disciplinata dalla Legge
fondamentale della RFT.
La questione tedesca impensieriva i partner europei, l'Unione
sovietica e la Polonia. I partner europei paventarono una ripresa
economica della Germania, oramai unita, che avrebbe scompensato
l'equilibrio della Comunità europea. Oltre a ciò, vi era il pericolo
che la Germania puntasse più i suoi interessi verso l'area dei
Balcani, tralasciando la Comunità. Mitterand avanzò inizialmente dei
dubbi, poi alla fine sposò la causa tedesca, con il Consiglio di
Strasburgo (8 e 9 dicembre 1989) che accettò il principio di
autodeterminazione tedesco. Tuttavia, Mitterand fece chiaro come fosse
importante, parallelamente all'unificazione, un passo ulteriore per
consolidare le strutture della Comunità. Per questo motivo, Kohl e
Genscher lavorarono affinché la questione dell'unificazione tedesca
s'intrecciasse con quella dell'unione monetaria, alla quale avrebbe
partecipato anche la "nuova" Germania.
Nonostante il "no" della Thatcher, riprendendo l'art. 236, si
procedette con una votazione a maggioranza qualificata, che stipulò
l'Unione monetaria e l'unificazione tedesca. Il processo dell'UEM
sarebbe entrato in vigore il 1° luglio 1990. Con lo stesso metodo, per
aggirare il costante "no" della Thatcher, si procedette ad accettare
la "Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei
lavoratori", ideata da Delors.
In tal modo, i tedeschi avevano ormai offerto la garanzia di
convertire il marco per la Comunità europea in cambio di vedersi
riconosciuta dalla Comunità l'unificazione, che ormai estingueva tutti
i diritti delle potenze di occupazione sul territorio tedesco.
L'unificazione si completò il 3 ottobre, con la nuova Repubblica
federale tedesca.
Nel frattempo, l'asse tra Mitterand e Kohl si faceva sempre più forte,
proponendo una federazione europea o una confederazione.
Durante il consiglio straordinario di Dublino (28 aprile 1990) e
quello seguente, tenuto sempre in Irlanda nel giugno 1990, si decise,
sempre con un voto a maggioranza, di proseguire all'unificazione
politica della Comunità (parallelamente a quella monetaria). In
un'atmosfera di piena fiducia, la collaborazione si strinse tra Bonn,
Parigi e Roma, contente di aver patrocinato l'unificazione tedesca
sotto le istituzioni comunitarie. Oltre a ciò, la Germania di Kohl era
riuscita a trovare l'accordo con l'Unione sovietica, favorito ad un
ingente aiuto economico concesso ai sovietici da parte dei tedeschi,
il 16 luglio 1990. Ed infine, fu risolta la questione con la Polonia,
allorché il 14 novembre 1990, fu firmato un trattato che garantiva le
frontiere stabilite fra i due paesi nel 1945. Infine, la Germania
decideva di prendere parte agli accordi di Parigi del 19 e 21 novembre
in tema di armamenti convenzionali.
La strada di Maastricht
Durante il semestre di presidenza italiana in seno al Consiglio
Europeo, la coppia Andreotti - De Michelis, riuscì a riunire verso la
fine del 1990, due vertici a Roma; il primo si tenne tra il 27 e il 28
ottobre mentre il secondo qualche mese più tardi, il 14 dicembre.
Nella prima riunione l'iniziativa italiana riuscì a far accordare i
partner europei sulla seconda fase dell'Unione monetaria che iniziava
il 1° gennaio 1994 (mentre la prima era già stata avviata nel luglio
1990). Tuttavia, per quanto concerneva l'Unione politica, niente di
concreto fu deciso, poiché l'influenza negativa della Thatcher
continuava a permanere nell'atmosfera del Consiglio.
Nonostante ciò, la premier britannica fu costretta a lasciare il
proprio posto a John Major, che alleggeriva la pesante situazione che
la Gran Bretagna, sin da quando la Thatcher era stata al potere, aveva
contribuito a seminare all'interno della Comunità.
Il secondo vertice di Roma riguardò invece i temi della politica
estera e dell'Unione politica e gran parte delle discussioni si
annodavano attorno al sistema di voto da adottare per la politica
estera: sistema di voto all'unanimità o sistema di voto a maggioranza
qualificata. Oltre a ciò si parlò del principio di sussidiarietà, che
era stato incluso nel Libro bianco di Delors.
Concluso anche il secondo vertice senza alcuna decisione
considerevole, si avviarono nel 1991 le due Conferenze
intergovernative rispettivamente sull'Unione monetaria e sull'Unione
politica. I temi affrontati riguardavano il sistema monetario e la
politica estera. Il sistema monetario era stato già studiato e
predisposto dal Libro bianco che accuratamente ne aveva programmato
ogni fase, senza, tuttavia, fissare alcun termine determinato di
tempo, che invece doveva essere deciso durante la Conferenza stessa.
Alla fine, il tema che prevalse fu quella della politica estera che
s'intrecciava anche a quello della difesa, sul quale i partner europei
si spaccavano in due gruppi: da un parte l'asse franco - tedesco che
concepiva l'UEO come braccio armato di una futura unione politica;
dall'altra parte, un'asse italo - britannico - olandese che era più
favorevole per un'integrazione dell'UEO nella NATO.
Gli Stati Uniti, con lo scopo di non favorire l'acuirsi di ulteriori
tensioni, decisero di appoggiare l'asse franco - tedesco, ribadendo al
contempo l'importanza della NATO.
Oltre al delineamento delle varie posizioni dei partners europei, si
rendeva sempre più palese la forza dell'asse franco - tedesco a
discapito dell'Italia e della Gran Bretagna. Quest'ultima, si
allontanava sempre di più, allorché decise di avere una opting - out,
cioè una clausola nell'ambito dell'Unione monetaria che le avrebbe
permesso di uscire dalla stesso sistema della moneta unica.
Emergeva, invece, una Spagna che con Felipe Gonzalez riuscì ad
ottenere la creazione di un Fondo di coesione, incaricato di sostenere
e di aiutare i paesi della Comunità con più problemi economici: la
stessa Spagna, Portogallo e Irlanda.
L'Italia non rientrava nel novero dei paesi "poveri" a causa del fatto
che doveva avere un PNL inferiore al 90% della media della Comunità
stessa. I dati italiani ai quali la Comunità si era riferita erano
quelli del 1986, un momento particolare che oramai non rispecchiava la
situazione economica italiana di allora, aggravvato sempre di più dal
problema del Meridione.
Nel frattempo, il processo del completamento del Mercato unico aveva
avuto luogo e gran parte dei punti del Libro bianco di Delors erano
stati rispettati. Uno dei punti più importanti che fu realizzato
riguardava la liberalizzazione dei capitali e la completa circolazione
delle merci, dei capitali e dei servizi, mentre rimaneva ancora
incompleta la questione della completa circolazione delle persone.
Difatti la questione fu affrontata e risolta con il Trattato di
Schengen tra Francia, Germania, Italia, Benelux, Spagna, Portogallo e
Grecia. Tale trattato entrava in vigore dal 1° gennaio 1993.
Il risultato positivo del Mercato unico e l'avanzamento del processo
relativo all'Unione monetaria, gettavano nuove speranze al Consiglio
europeo che si sarebbe tenuto a dicembre, a Maastricht ove si sarebbe
deciso il nuovo assetto istituzionale della Comunità europea.
Gli accordi riguardo il Trattato sull'Unione europea si raggiunsero
l'11 dicembre 1991 a Maastricht. Il 7 febbraio 1992, nella stessa
città, i ministri degli Esteri e delle Finanze si riunirono ancora una
volta per firmare il TUE (Trattato dell'Unione Europea) che sarebbe
entrati in vigore a partire dal 1° gennaio 1993.
Esso era costituito da 252 articoli, 17 protocolli e 31 dichiarazioni,
articolato nei seguenti titoli:
- Titolo I: disposizioni comuni (recanti gli obiettivi dell'Unione);
- Titolo II, Titolo III, Titolo IV: disposizioni che modificano
rispettivamente, il trattato Ce, Ceca e Euratom;
- Titolo V: disposizioni sulla politica estera e di sicurezza comune
(PESC);
- Titolo VI: disposizioni sulla cooperazione di polizia e giudiziaria
in materia penale (già cooperazione nei settori della giustizia e
degli affari interni: GAI);
- Titolo VII: disposizioni su una cooperazione rafforzata;
-Titolo VIII: disposizioni finale (e comuni);
Il TUE diede vita all'Unione Europea che era una forma di integrazione
e cooperazione tra gli Stati membri, per organizzare "in modo coerente
e solidale" le relazioni tra gli Stati stessi e "tra i loro popoli",
nei settori di competenza delle Comunità europee (Ceca, Cee, Ceca) e,
in aggiunta, nel settore della politica estera, di sicurezza e difesa,
nonché in quello di attività di polizia e giudiziaria in materia
penale (art. 1. co. 3. TUE).
L'UE era fondata "sulle Comunità europee, integrate dalle Politiche e
forme di cooperazione instaurate dal presente trattato" [TUE, art.1.
co.3).
In tal modo, si poteva immaginare l'UE come un tempio greco: il
frontone era costituito dall'UE stessa, che si poggiava su tre
pilastri: il primo pilastro era composto dai trattati della CEE, della
CECA e dall'EURATOM ed era disciplinato dal metodo comunitario. Il
secondo pilastro riguardava la politica estera e di sicurezza comune
(PESC) ed era disciplinato dal metodo intergovernativo e infine il
terzo pilastro comprendeva la cooperazione giudiziaria e di polizia in
materia penale, basata sul metodo intergovernativo. Alla base, la
quale sorreggeva i tre pilastri e il tetto, vi erano le Disposizioni
Comuni (Artt. 1-7 e 46-53 TUE).
Il metodo comunitario definiva il complesso delle istituzioni e
attività (competenze, procedure e tipologie, di atti normativi e
decisionali) disciplinate dal Trattato istitutivo della Comunità
Europea, tutte posto sotto il controllo giurisdizionale della Corte di
Giustizia, in virtù delle quali si realizzava una forma di
integrazione a carattere sovra - nazionale ("federale") tra gli Stati
membri.
Per quanto riguardava il metodo inter - governativo, esso definiva lo
stesso insieme del metodo comunitario, ma le competenze, le procedure
e le attività non erano sotto il controllo della Corte di Giustizia,
ma piuttosto erano regolate mediante una cooperazione a livello
internazionale tra gli Stati membri.
Gli obiettivi della UE erano cinque, disciplinati all'art.2:
1) promuovere un progresso economico e sociale e un elevato livello di
occupazione e pervenire a uno sviluppo equilibrato e sostenibile, in
particolare mediante la creazione di uno spazio senza frontiere
interne, cioé del "mercato interno" (già mercato comune), il
rafforzamento della coesione economica e sociale e l'instaurazione di
un'unione economica e monetaria (moneta unica, ed "eurosistema") [I
pilastro];
2) affermare la sua identità sulla scena internazionale, in
particolare mediante l'attuazione di una politica estera e di
sicurezza comune, ivi compresa la definizione progressiva di una
politica di difesa comune [II pilastro];
3) rafforzare la tutela dei diritti e degli interessi dei cittadini
dei suoi Stati membri mediante l'istituzione di una cittadinanza
dell'Unione;
4) sviluppare uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia, in cui sia
assicurata la libera circolazione delle persone insieme a misure
appropriate per quanto concerne in controlli alle frontiere esterne,
l'asilo, l'immigrazione, la prevenzione della criminalità e la lotta
contro quest'ultima [III pilastro];
5) mantenere integralmente l'acquis comunitario e svilupparlo al fine
di valutare in quale misura si renda necessario rivedere le politiche
e le forme di cooperazione allo scopo di garantire l'efficacia dei
meccanismi e delle istituzioni comunitarie
Il Mercato Unico (già realizzato) e l'Unione economcia e monetaria
(UEM) trovavano disciplina nel TUE. Per quanto concerneva l'UEM, essa
era completamente definita in tre fasi: liberalizzazione dei capitali,
creazione di un Istituto monetario europeo (IME) ed infine la
fissazione dei tassi di cambio definitivi.
Per arrivare alla terza fase, ogni stato membro doveva attenersi ai
cinque parametri definiti agli artt. 104C e 109J:
1) rispetto dei limiti di fluttuazione dello SME almeno per due anni
all'interno della banda stretta, quella di +- 2,25%, senza che
intervenga nel frattempo alcuna svalutazione della moneta nazionale;
2) tasso di inflazione non superiore all'1,5% in più della media dei
tre Stati con l'inflazione più bassa;
3) deficit di bilancio inferiore al 3% del Prodotto interno lordo;
4) debito pubblico inferiore al 60% del PIL;
5) tasso di interesse a lungo non superiore al 2% in più rispetto a
quello dei tre paesi con il più basso interesse di inflazione;
Il rispetto per i criteri monetari era rigido mentre per quelli
finanziari relativi al deficit di bilancio e al debito pubblico era
più elastico. Oltre a ciò, il TUE riconosceva il Fondo di coesione
voluto da Gonzalez, che sarebbe entrato in vigore nel 1993 mentre per
gli altri fondi, la FEOGA, Fondo sociale e Fondo regionale, era
prevista una riforma nel 1993.
Inoltre, per quanto riguardava il sistema di voto, molte materie
furono disciplinate con la maggioranza qualificata mentre rimanevano
ancora delle materie regolate con l'unanimità.
Inoltre l'UE inglobava a sé nuove politiche: quella di ricerca e di
sviluppo tecnologico, dell'ambientale, sociale, dell'industria, del
commercio estero, dei trasporti e delle comunicazioni,
dell'educazione, della cultura, della sanità e della protezione dei
consumatori.
Per quanto concerneva le competenze dell'UE, esse si divedevano in
competenze esclusive e competenze concorrenti. Il principio della
sussidiarietà era utilizzato in entrambi i settori.
Nei settori con competenze esclusive, spettava alla Comunità
intervenire, fissando le regole comuni, mentre agli altri Stati membri
spettava la responsabilità di darvi esecuzione e di adottare le
corrispondenti misure (se del caso più ampie di quelle comunitarie).
In tali settori l'azione degli Stati era 'sussidiaria' nel senso
(ampio) che completava e perfezionava, recependola e sviluppandola in
ambito locale, regionale, nazionale, l'azione della Comunità.
Nei settori con competenza concorrenti, spettava agli Stati la
responsabilità di intervenire, mentre alla Comunità spettava di
promuovere azioni di sostegno, incoraggiamento, indirizzo delle
politiche e azioni nazionali (regionali e locali). In tali settori
l'azione della Comunità era sussidiaria nel senso (stretto) che si
sostituisce a quella degli Stati, alle condizioni previste:
- gli obiettivi non potevano essere realizzati in maniera sufficiente
a livello di Stati;
- l'azione in questione presentava dimensioni ed era destinata a
produrre effetti tali che i suoi obiettivi possono essere meglio
realizzati a livello comunitario.
Il principio di sussidiarietà che era complementare a quello di
attribuzione e a quello di proporzionalità, era stato introdotto con
lo scopo di bilanciare le nuove materie dell'UE a competenza
concorrente. In tal modo, soltanto se gli stati non avessero raggiunto
gli obiettivi, allora la Comunità sarebbe intervenuta per farli
rispettare.
Il principio di sussidiarietà era stato voluto dal premier britannico
Major, il quale voleva controbilanciare i poteri dell'UE, ribadendo la
sovranazionalità degli Stati, incontrando il disaccordo francese,
tedesco e italiano.
PESC e affari interni
Per quanto riguarda la PESC, il Titolo V disponeva i seguenti
obiettivi che essa doveva rispettare:
1) difesa dei valori comuni, degli interessi fondamentali e
dell'indipendenza dell'Unione;
2) rafforzamento della sicurezza dell'Unione e dei suoi stati membri;
3) mantenimento della pace e rafforzamento della sicurezza
internazionale conformemente ai principi della Carta delle Nazioni
Unite nonché ai principi dell'Atto finale di Helsinki e agli obiettivi
della Carta di Parigi;
4) promozione della cooperazione internazionale;
5) sviluppo e consolidamento della democrazia e dello Stato di
diritto, nonché rispetto dei diritti umani e delle libertà
fondamentali;
Al Consiglio europeo spettava di perseguire gli obiettivi della
politica estera e sicurezza, comprese le questioni in materia di
difesa (art. 13 co. 1, TUE); nonché decideva "strategie comuni" nei
"settori in cui gli Stati membri hanno importanti interessi in comune"
(art. 13 co.2 TUE).
L'attuazione della politica estera e di sicurezza in base agli
orientamenti generali così definiti era demandata al Consiglio che vi
provvedeva adottando "azioni comuni" e "posizioni comuni" (artt.
14-15, TUE).
Le azioni comuni erano quelle che affrontavano specifiche situazioni
in cui si riteneva necessario un intervento operativo dell'Unione;
tali atti vincolavano gli Stati membri nelle loro prese di posizione e
nella conduzione della loro azione.
Le posizioni comuni erano quelle che definivano l'approccio
dell'Unione su una questione particolare di natura geografica o
tematica; impegnavano gli Stati membri a provvedere affinché le loro
politiche nazionali fossero conformi alle posizioni comuni.
La Presidenza di turno dell'Unione era l'organo che rappresentava
all'esterno l'Unione per le materie di politica estera e di sicurezza
ed era responsabile della attuazione delle decisioni adottate in tale
settore; esprimeva, in linea di principio, la posizione dell'Unione
nelle organizzazioni e nelle sedi internazionali (art.18, co.1-2).
La Presidenza era assistita dal Segretario Generale del Consiglio che
esercitava la funzione di Alto Rappresentante per la Politica Estera e
di Sicurezza Comune (Mister PESC), ed affiancata dalla Commissione (la
quale, si diceva, è "pienamente associata" ai compiti della
Presidenza).
Infine, per ciò che concerneva il tema della sicurezza, era fatto
riferimento all'UEO che era considerato una sorta di braccio armato
dell'UE.
Per quanto riguardava il terzo pilastro o meglio la cooperazione di
polizia giudiziaria in materia penale, l'Unione si poneva l'obiettivo
della creazione, a favore dei cittadini, di uno "spazio di libertà,
sicurezza e giustizia", da realizzarsi mediante un'azione comune degli
Stati membri nel settore della cooperazione di polizia e giudiziaria
in materia penale, con l'obiettivo della prevenzione e repressione nei
seguenti campi (art. 29, TUE): razzismo, xenofobia, criminalità
organizzata o di altro tipo, terrorismo, tratta degli esseri umani,
reati contro i minori, traffico illecito di droga e di armi,
corruzione e frode.
Per il perseguimento di tale obiettivo si prevedeva:
- una cooperazione tra forze di polizia e le altre autorità
competenti, sia direttamente, sia per il tramite dell'Ufficio europeo
di polizia (Europol) (art. 30, TUE);
- una cooperazione tra autorità giudiziarie (art. 31, TUE);
- il ravvicinamento delle normative in materia penale;
Spettava al Consiglio di adottare e provvedere in materia per il
conseguimento degli obiettivi.
A riguardo, il TUE sanciva una nuova cittadinanza, quella europea.
Essa si aggiungeva a quella nazionale, per cui un cittadino italiano
era allo stesso tempo un cittadino europeo. La cittadinanza comportava
diritti e doveri: il diritto al voto alle elezioni amministrative per
ogni cittadino dell'Unione residente in un Paese diverso da quello di
origine, la protezione diplomatica per ogni cittadino dell'Unione
garantita in Paesi terzi da parte degli organi diplomatici e consolari
di un qualsiasi Paese membro dell'Unione e infine il diritto di
petizione davanti al Parlamento europeo.
Come funziona la macchina comunitaria
Il TUE non stabilisce una chiara divisione dei poteri, ma disciplina
dei metodi di codecisione e cooperazione in cui i vari organi si
ritrovano ad avere potere esecutivo, legislativo e giudiziario.
Il sistema si articolava sui seguenti organi (*):
- il Consiglio europeo, creato nel 1974, almeno due volte l'anno
riunisce i capi di Stato e di governo; insieme al presidente della
Commissione europea, è il più alto organo decisionale e fissa le linee
generali della politica dell'Unione;
- il Consiglio dell'Unione europea, costituito da un rappresentante di
ciascuno Stato membro a livello di ministri e la cui composizione
cambia a seconda degli argomenti da affrontare; così la politica
agricola richiede la partecipazione al Consiglio dell'Unione dei
ministri dell'Agricoltura degli Stati mèmbri; i problemi dell'ordine
pubblico, quella dei ministri degli Interni; il Consiglio agisce nei
limiti e nelle materie indicate dal Consiglio europeo ed è assistito
da un comitato di rappresentanti permanenti, il COREPER, che comprende
per ciascuno Stato un capo missione con rango di ambasciatore,
coadiuvato da uno staff di specialisti nelle principali questioni
della politica comunitaria;
- la Commissione è l'elemento trainante dell'Unione, un vero e proprio
governo, il cui campo d'azione è tuttavia limitato dai Trattati e
dalle scelte del Consiglio dell'Unione europea;
- il Parlamento, dal 1979 eletto a suffragio universale, composto da
626 mèmbri in rappresentanza delle 15 nazioni facenti parte
dell'Unione (al 1997), detiene una limitata capacità legislativa ma
svolge una importante funzione di controllo;
- la Corte di giustizia assicura il rispetto del diritto comunitario
così come è fissato dai Trattati; è composta da 15 giudici nominati
per sei anni assistiti da nove avvocati generali; la Corte è
competente a verificare l'osservanza del diritto e delle disposizioni
comunitarie da parte degli Stati mèmbri, commina multe alle nazioni
inadempienti e dà l'interpretazione autentica delle norme comunitarie;
nel 1989 le è stato affiancato un tribunale di primo grado competente
a giudicare i ricorsi presentati dai privati e dalle imprese; i
giudizi della Corte sono una delle principali fonti del (diritto
comunitario;
- la Corte dei Conti europea, composta da 15 membri nominati per
sei anni, controlla la legittimità e la regolarità delle entrate e
delle spese e la loro conformità con il bilancio;
- il Comitato economico e sociale e il Comitato consultivo CECA sono
ambedue organismi esclusivamente tecnici; il primo conta 222 membri in
rappresentanza delle varie categorie economiche (artigiani,
agricoltori, datori di lavoro ecc.), ha competenza sui problemi che
riguardano il lavoro, l'occupazione, l'assistenza sociale, viene
consultato ma può anche formulare pareri e avanzare proposte; il
secondo è un organo di 108 mèmbri e si occupa esclusivamente delle
questioni legate alla produzione e commercializzazione del carbone e
dell'acciaio;
- il Comitato delle regioni è l'organo di più recente costituzione;
creato dal Trattato sull'Unione europea, è composto da 222 mèmbri e
costituisce il legame tra l'Unione e gli enti locali e regionali e ne
rappresenta gli interessi; deve essere consultato dalla Commissione e
dal Consiglio su una serie di questioni che rientrano generalmente
nella giurisdizione delle regioni e degli altri enti locali, e cioè:
istruzione, cultura, politiche della gioventù, trasporti,
telecomunicazioni ed energia;
- la Banca europea degli investimenti (BEI), creata nel 1958 dal
Trattato di Roma, cura gli investimenti nei settori di interesse
comunitario, come i trasporti, le comunicazioni e più in generale le
infrastrutture;
- l'istituto monetario europeo, nato nel gennaio 1994, è destinato a
trasformarsi nella banca centrale dell'Unione e nell'istituto di
emissione della moneta comune; come tale, diventerà uno degli organi
motori in materia finanziaria ed economica dopo il 1999, quando
entrerà in circolazione l'Euro; i suoi poteri e il suo ruolo
dipenderanno in larga misura dagli statuti in via di elaborazione, ma
è possibile prevedere che sarà dotato di ampia autonomia rispetto ai
governi e, se prevarranno le considerazioni di ordine monetario su
quelle politiche, è destinato a diventare il supremo arbitro della
politica economica e finanziaria dell'Unione.
(*) : Tratto dalle pagine 242 - 244 del libro G. Mammarella e P.
Cacace, Storia dell'Unione europea, editori Laterza 2001
I quattri organi principali
I quattro organi principali dell'UE sono la Commissione, il Parlamento
europeo, il Consiglio (dei ministri) e il Consiglio europeo.
(**) Il Parlamento europeo, composto dai rappresentanti dei popoli
degli Stati membri, eletti ogni cinque anni a suffragio universale e
diretto, esercita poteri attribuitegli dal Trattato e partecipa al
processo normativo per l'adozione degli atti comunitari, che sono
regolamenti, direttive, raccomandazioni e pareri. I regolamento
costituiscono l'espressione principale della legislazione comunitaria,
si applicano direttamente agli Stati, alle istituzioni e agli
individui di ciascun membro dell'Unione; la loro inosservanza da parte
degli Stati membri dà luogo a severe sanzioni, sotto forma di multe,
comminate dalla Corte di giustizia.
Le decisioni hanno la stessa validità giuridica dei regolamenti ma
mancano del requisito della generalità e si applicano esclusivamente a
singoli Stati membri. Le direttive sono obbligatorie in rapporto alle
indicazioni degli obiettivi da raggiugere ma lasciano agli Stati
membri piena discrezionalità sui modi (ma non sui tempi) per
realizzarli. Infile, le raccomandazioni e i pareri sono indicazioni
orientative dei programmi e dei fini dell'Unione, ma non hanno
carattere vincolante.
Il Parlamento esercita poteri di indirizzo politicoe di controllo e
formula pareri di cui il Consiglio dei Ministri deve tenere conto
(procedura di codecisione), in qualche caso obbligatoriamente (parere
conforme in materia di nuovi adesioni e di procedura elettorale
uniforme). Il Parlamento europeo ha inoltre il ptoere di approvare o
di respingere il bilancio comunitario. Qualsiasi cittadino ha il
diritto di presentare petizioni al Parlamento europeo. Il Parlamento
europeo di norma si riunisce mensilmente per una settimana di lavori
in assemblea plenaria (a Strasburgo), mentre per un'altra settimana si
riuniscono le venti Commissioni parlamentari e in quella successiva i
gruppi parlamentari. Al Parlamento europeo è riconosciuto il diritto
membri, può chiedere alla Commissione - cui spetta normalmente il
diritto di iniziativa - di presentare adeguate proposte sulle
questioni per le quali esso ritenga necessaria l'elaborazione di un
atto della Comunità, secondo le finalità istitutizionali previste dal
Trattato. Il Parlamento europeo elegge un Presidente e un ufficio di
presidenza per la durata di metà del suo mandato e nomina, per
l'intera legislatura, un Mediatore, figura di nuova istituzione
prevista dal Trattato di Maastricht, abilitato a ricevere le denunce
di qualsiasi cittadino europeo o di qualsiasi persona fisica o
giuridica residente nel territorio dell'Unione, che riguardino casi di
cattiva amministrazione nelle decisioni delle istituzioni o degli
organi comunitari, salvo la Corte di Giustizia e il Tribunale di primo
grado.
Il Consiglio dei ministri, il cui Segretariato generale ha sede a
Bruxelles (costituito da un rappresentante per ciascuno stato membro,
scelto fra i ministri nazionali a seconda dei problemi all'ordine del
giorno e presieduto da ciascuno dei governi degli Stati membri per un
periodo di sei mesi con rotazione in ordine alfabetico) provvede al
coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri, disponedi
un potere di decisione, gestisce l'attività legislativa della
Comunità, conferisce alla Commissione le competenze di esecuzione
delle norme che esso stabilisce. Con il Trattato di Maastricht è stato
ulteriormente esteso il campo delle decisioni che il Consiglio può
prendere a maggioranza qualificata secondo il sistema della
ponderazione dei voti; continua a prendere all'unanimità decisioni che
riguardano questione di importanza vitale per la Comunità e per gli
Stati membri, quali l'adesione di un nuovo Stato, la modifica dei
Trattati o l'organizzazione di una nuova politica comune. Per la
preparazione dei lavori o per l'esecuzione dei mandati attribuitigli,
il Consiglio è assistito dal Comitato dei rappresentanti permanenti
(Coreper) degli Stati membri e da gruppi di lavoro composti da
funzionari dei ministeri nazionali, distaccati dagli organici delle
delegazioni nazionali operanti a Bruxelles presso la Comunità.
La Commissione, con sede a Bruxelles, è l'organo esecutivo della
Comunità. Essa è attualmente composta da un Presidente, da un
vicepresidente e da diciotto commissari (due per gli Stati più grandi
e uno ciascuno per quelli minori, per un numero totale di venti
membri). proposti dagli Stati e scelti dal Consiglio dei Ministri, su
approvazione da parte del Parlamento europeo, in base alle loro
competenze generali, ma indipendenti rispetto allo Stato di cui sono
cittadini, con un mandato (rinnovabile) di cinque anni. Ciascun membro
della Commissione è a capo di una Direzione generale competente in
ordine a un settore specifico e auna particolare categoria di
problemi. La Commissione, al fine di assicurare il funzionamento e lo
sviluppo del mercato comune, vigila sull'applicazione delle
disposizioni dei Trattati e delle decisioni adottate dalle
istituzioni, formula raccomandazioni o pareri, dispone di un proprio
potere decisionale e partecipa, con la propria iniziativa di proposta,
alla formazione degli atti comunitari secondo la procedura all'uopo
prevista, esercita le competenze conferitole dal Consiglio dei
Minsitri e pubblica ogni anno una relazione generale sull'attività
della Comunità.
Il Consiglio dei Ministri e della Commissione sono assistiti da un
Comitato economico e sociale (CES) con funzioni consultive, formato da
222 membri rappresentanti delle diverse categorie del mondo economico
e sociale. Per un gran numero di decisioni la consultazione del CES è
obbligatoria, ma esso ha anche la facoltà di emettere pareri di
propria iniziativa. Il Consiglio e la Commissione devono inoltre
consultare, in alcuni casi, il Comitato delle regioni, un organismo
appositamente creato dal Trattato di Maastricht, anch'esso costituito
da 222 membri, rappresentanti delle collettività regionali e locali,
nominati dal Consiglio su proposta degli Stati membri per quattro
anni, in modo da sollecitare decisioni il più vicino possibile agli
interessi dei cittadini confofermente al principio di sussidiarietà,
rappresentando la multiforme realtà degli Stati membri nelle loro
articolazioni substatali.
(**) Gian Piero Orsello, L'Unione Europea, Tascabili Economici Newton
1996
(*) Il Consiglio europeo possiede una capacità di stimolo e dà
orientamento generale. Nato dalle conferenze dei capi di Stato e di
governo è rimasto per anni fuori dalla struttura istituzionale della
Comunità. Ne entrava a far parte nel 1987, con l'Atto Unico europeo,
confermando il suo ruolo di organo di appello e di ultima istanza.
Tutte le volte che il Consiglio dei Ministri sia impossibilitato a
decidere e, in più in generale, quando l'Unione si trovi in una
situazione di crisi, il Consiglio euroeo, grazie all'autorità dei suoi
membri, è l'organo più adatto a intervenire per sbloccare lo stallo,
senza aver sottratto autorità e poteri agli altri organi. Il
Consiglio, insomma, si è confermato vertice politico e strategico
dell'Unione.
(*) G. Mammarella e P. Cacace, Storia e politica dell'Unione europea,
Editori Laterza 2001
In seguito al Trattato di Maastricht, i leader europei si ritennero
soddisfatti per essere riusciti a guadagnare qualche cosa. La
soddisfazione, tuttavia, si scontrò con un'opinione pubblica che era
minimamente coinvolta nella causa europeista. Oltre a ciò, anche la
voce della banca nazionale tedesca (Bundesbank) si faceva sentire,
preoccupandosi della probabile inosservanza dei parametri di
Maastricht da parte dei paesi più deboli. L'elezione del Parlamento
europeo, nel 1994, lasciava trasparire un chiaro segno di disinteresse
dell'elettorato passivo per la causa europeista.
Tuttavia, nel 1992, l'europessimismo, cominciò a riprendersi a
dispetto del breve momento di gloria all'indomani del Trattato di
Maastricht, e s'intrecciò con la sfavorevole e precaria situazione
economica internazionale. La "tempesta" monetaria alimentata dal
dollaro sempre più debole e dall'enorme spesa che dovette sostenere la
Germania per l'unificazione, si riflesse direttamente ed in modo
negativo sull'economica italiana ed inglese. Difatti, i due fattori
che scatenarono la tempesta monetaria, stimolarono di conseguenza
un'ondata di speculazione che si riversò contro le monete più deboli
dello SME: la lira e la sterlina. Per questo motivo, quando la
speculazione divenne insostenibile, l'Italia e la Gran Bretagna
lasciarono il SME.
La mancata solidarietà economica e politica e l'assenza di iniziative
tese ad aiutare i paesi in difficoltà, contribuì ad allontanare la
Gran Bretagna sempre di più dall'UE, nonostante un consiglio dei
ministri abbia voluto allargare la banda di oscillazione delle monete
sino al ±15%. L'insuccesso di quest'ultima mossa decretava la fine
dello stesso SME.
La Gran Bretagna, dal canto suo, proseguì la ricrescita economica del
paese, avvalendosi delle basi e delle iniziative intraprese dalla
Thatcher. Nel 1997, fu eletto il laburista Tony Blair nuovo premier e
si sperò in una svolta della Gran Bretagna nei confronti dell'UE.
Per quanto concerneva l'Italia, la forte svalutazione della lira aveva
conseguenze positive nell'esportazioni dei prodotti italiani e ciò
metteva in difficoltà la Francia che a malapena riusciva a gestire la
concorrenza dei prodotti nostrani.
L'Italia, a partire dall'uscita dello SME, decise di dare prova della
sua voglia di ridurre il deficit e il debito nazionale e di adattare
la propria economia secondo i parametri stabiliti a Maastricht.
Nonostante gli sforzi dei governi Amato, Ciampi e Dini, ed infine
Prodi, con il risultato di una riduzione complessiva del deficit di
bilancio dal 10-11% nel 1992 al 3,2% nel 1997, l'UE continuò a
considerare l'Italia un paese con una situazione economica
problematica, a causa di un debito troppo alto, della spesa pubblica
elevata e del contributo pensionistico oltre le medie degli altri
paesi (17% del PIL rispetto al 12% di Francia e Germania).
L'uscita di scena di Delors
Per l'entrata in vigore del Trattato di Maastricht e per assicurarne
un pieno sviluppo, si programmò un secondo pacchetto Delors, che fu
presentato in occasione del Consiglio europeo a Copenhagen tra l'11 e
il 12 dicembre 1992, con il titolo di "Crescita, competitività e
occupazioni: le sfide da percorrere per entrare nel XXI secolo". Il
pacchetto Delors, nel suo complesso, invitava gli Stati membri ad
assumere maggiori responsabilità e prevedeva un finanziamento maggiore
all'UE, la creazione di nuovi posti di lavoro e altri progetti di
natura concreta, come lo sviluppo della rete urbana e dei trasporti.
Il pacchetto Delors richiedeva una spesa ingente per la sua
realizzazione e ciò fu il motivo principale del suo fallimento. Alla
caduta del pacchetto Delors, seguì qualche anno dopo, nel luglio del
1994, l'uscita dello stesso Delors dalla Commissione, lasciando
l'incarico al lussemburghese Jacques Santer.
Due anni prima, il Consiglio d'Edimburgo riprese la questione
finanziaria dell'UE. Nell'occasione, tra l'11 e il 12 dicembre 1992,
si decise di diminuire i contributi alla PAC, per destinare ciò che
era risparmiato alle risorse dell'Unione.
I dibattiti che continuarono sino al 1995 riguardarono altre alla
questione monetaria anche quella dell'allargamento dell'Unione.
Per affrontare meglio tale argomento, il 2 maggio 1992, ad Oporto, si
era firmato l'accordo che dava vita alla SEE (Spazio Economico
Europeo), firmato tra i dodici paesi dell'Unione e tra quelli
dell'EFTA: Austria, Finlandia, Islanda, Liechstein, Norvegia, Svezia e
Svizzera. La SEE comprendeva la libera circolazione delle persone, dei
capitali e dei servizi; la SEE entrò in vigore il 1° gennaio 1993,
dalla quale, tuttavia, la Svizzera decise di defezionare.
La SEE poneva le basi per l'Austria, la Norvegia, la Svezia e la
Finlandia alla futura adesione all'UE.
Un altro passo importante fu compiuto in direzione dell'armonizzazione
del commercio internazionale e degli scambi commerciali,
nell'occasione dell'Uruguay Round, durante la quale, fu deciso
l'abbassamento di molte tariffe doganali, in particolare per i
prodotti industriali e maggiori agevolazioni per un libero scambio
commerciale.
Nuovi membri dell'Unione
Le trattative per l'adesione dei nuovi paesi finirono nel 1994. Il 1°
gennaio del 1995 l'UE si allargava a quindici paesi, con l'entrata
dalla Svezia, della Finlandia e dell'Austria. Ma il tema
dell'allargamento era destinato a diventare uno delle principali
questioni. Difatti, altri paesi avanzarono la candidatura: Turchia,
Cipro, Malta, Polonia, Ungheria, Svizzera, Repubblica Ceca, Albania,
Slovenia, Croazia, Macedonia, Ucraina, ecc...
Con il crollo del Muro di Berlino e dell'URSS, molti dei paesi ex
socialisti desiderarono entrare a far parte dell'UE. Tuttavia, sia per
l'aspetto economico e finanziario, sia per quello di natura politica e
culturale, le differenze profonde creavano nuovi vincoli, a tal punto
che si diede vita al PHARE e poi al PECO, programmi lanciati con lo
scopo di fornire un'assistenza tecnica ai paesi dell'Europa orientale,
per avvicinare la loro struttura economica a quella dei paesi
capitalisti.
La possibile entrata di questi paesi poneva una serie d'interrogativi
che toccavano in primo luogo il Fondo di coesione, poiché l'entrata
dei paesi più "poveri", avrebbe diminuito la media dei PIL dell'UE e
dunque i paesi che prima beneficiavano del Fondo divenivano
relativamente più ricchi e non avrebbero più fatto parte del Fondo
stesso.
Il dibattito sull'allargamento produsse varie ipotesi: la prima
concepiva l'Europa a varie velocità, dove ogni paese avrebbe
perseguito un obiettivo comune secondo le sue capacità. Tuttavia, tale
ipotesi "trascurava" il fatto che molti paesi "poveri" rischiavano di
rimanere indietro, provocando una notevole frattura in seno all'UE.
La seconda ipotesi, diversamente, fu quella dell'Europe à la carte,
nella quale ogni Stato era libero di scegliere di aderire o meno ai
programmi d'integrazione dell'UE, con la clausola dell'opting - out.
La terza ipotesi, detta a "geometria variabile", concepiva la
possibilità di creare un sostrato base per tutti i paesi e la
possibilità di scegliere di intraprendere o meno iniziative
collaterali all'UE. In questo senso si tracciava il progetto di
un'Europa flessibile, ove era possibile la costituzione di un centro,
di un nocciolo duro (kernel), che avrebbe potuto avviare politiche più
avanzate. Tale ipotesi fu studiata da Wolfgang Schauble e Karl Lamers
in un documento che conteneva cinque priorità:
1) ulteriore sviluppo costituzionale dell'Unione secondo il modello
federalista, ma con una chiara ripartizione delle competenze tra
organi federali nazionali e regionali, conformemente al principio di
sussidiarietà;
2) riconoscimento di un nocciolo duro composto da Francia, Germania e
Benelux, ma aperto ad altre eventuali partecipazioni;
3) rafforzamento dei rapporti tra Francia e Germania, al fine di
costringere quest'ultima a una politica orientata verso l'Occidente
contro la tentazione di un nuovo Sonderweg a Est;
4) rafforzamento di una politica estera comune con la creazione di una
cellula di pianificazione;
5) apertura ai Paesi dell'Est europeo, sempre allo scopo di
neutralizzare una spinta mitteleuropea della sola Germania;
La quarta ipotesi, avanzata da Edouard Balladur, futuro presidente del
Consiglio francese, tracciava l'Europa secondo uno schema di cerchi
concentrici. Nel primo cerchio vi erano gli stati del nocciolo
dell'Europa a geometria variabile, seguito da altri cerchi con gli
altri paesi.
La politica estera comune non decolla
Con il Trattato di Maastricht, la politica estera era
istituzionalizzata nel secondo pilastro, quello relativo alla PESC. In
precedenza, un timido collegamento alla politica estera era stato
contenuto nell'Atto Unico del 1986.
La questione della difesa interessava in primo luogo anche l'UEO, la
quale era diventata, dietro la volontà e gli interessi franco -
tedeschi, il braccio armato dell'UE. Tuttavia, la questione
s'intrecciava con quella della NATO e più in particolare si annodava
intorno al rapporto UE - NATO. Quest'ultima, sotto il volere degli
Stati Uniti, si era estesa a proteggere i paesi ex socialisti,
suscitando dei fastidi alla Russia di Eltsin, la quale non desiderava
confinare con dei paesi sotto la protezione statunitense. Allo stesso
tempo, per quanto concerneva l'UEO, gli Stati membri avevano avviato
delle iniziative, tra le quali si annoverano l'Eurocorp, costituito
nel 1995, composto da un'unità franco - tedesca di 50000 uomini.
All'Eurocorp si aggiungevano altri corpi d'armata: Euroforce ed
Euromarforce, che comprendevano un complesso d'unità terrestri e
marittime spagnole, francesi, italiane e portoghesi.
Oltre a ciò, si sviluppò l'industria bellica europea, con contratti e
accordi speciali tra i partner europei che coinvolgevano la Francia e
la Germania in primis, in nuovi progetti di carri armati, aerei ed
elicotteri.
Tuttavia, la politica di difesa e quella estera registrarono dei
fallimenti significativi; primo fra tutti è quello relativo alla
questione del Kosovo, nella quale i paesi europei non hanno agito
unitariamente, ma anzi, l'intervento ha assunto un carattere extra -
europeo, coinvolgendo gli Stati Uniti.
Il fallimento di una politica estera comune avvenne in occasione della
crisi in Ruanda nel 1994, che interessava in primo luogo la Francia e
il Belgio. Nonostante un primo intervento francese, quando la crisi
riprese il sopravvento, gli Stati Uniti si rifiutarono di intervenire,
poiché ritenevano che la questione dovesse essere risolta dagli
europei, i quali, tuttavia, si limitarono ad inviare aiuti umanitari.
Un altro fallimento della PESC si consumò durante la crisi albanese,
nella quale, né la Gran Bretagna né la Germania vollero intervenire,
lasciando all'Italia e ad altri paesi affrontare la grave situazione.
Tutto ciò concorreva a mettere in crisi la PESC, allorché anche
diversi allineamenti internazionali si stabilivano all'interno
dell'UE, senza che gli Stati membri assumessero posizioni comuni (art.
J.2).
Da Torino ad Amsterdam
Nel Consiglio europeo di Madrid che si tenne tra il 15 e il 16
dicembre 1995, si proseguì il lavoro delle Conferenze intergovernative
sull'unione monetaria.
Al Consiglio fu battezzata la nuova moneta con il nome di Euro e si
stabilivano i termini di tempo della terza fase dell'UEM, che sarebbe
cominciata il 1° gennaio 1999. Al contempo erano decise le tre fasi
per l'entrata in circolazione dell'EURO: per il 1° gennaio 1999
sarebbe stato adottato nelle transazioni finanziarie, il 1° gennaio
2002, sarebbe entrato in circolazione assieme alle rispettive monete
nazionali e il 1° luglio 2002 avrebbe sostituito completamente le
monete nazionali degli Stati membri.
Per quanto concerneva la questione istituzionale politica, fu avviata
una Conferenza intergovernativa che prima si tenne a Torino nel 1996
(29 marzo) e poi a Firenze (21 - 22 giugno) nelle quali tre linee
prevalsero:
1) avvicinare di più l'Unione europea ai cittadini;
2) rafforzare e allargare il campo di azione della politica estera e
della sicurezza comune;
3) assicurare il buon funzionamento delle istituzioni comunitarie
rispettandone l'equilibrio e rafforzando l'efficienza del processo
decisionale;
L'iter alla moneta unica fu caratterizzato ulteriormente dal vertice
di Dublino (13 - 14 dicembre 1996) nel quale fu stretto, tra gli Stati
membri, un Patto di Stabilità che si definiva come un patto di
garanzia per i paesi più forti economicamente che prendevano parte
alla moneta unica. Tale patto implicava per coloro meno forti un
maggior rispetto ai criteri finanziari e delle sanzioni nel momento in
cui non avrebbero rispettato le condizioni imposte.
In contrasto a questo patto, vi fu, in seguito, la Francia del
comunista Jospin il quale preferiva che le condizioni finanziarie di
Maastricht fossero più leggere e meno rigorose, concentrandosi invece
sulla politica dell'occupazione.
Al vertice di Amsterdam (15 - 16 giugno 1997) pochi furono i risultati
concreti in materia di politica estera e di giustizia. Anzi, gli unici
risultati positivi furono la riconferma del Trattato di Schengen e
l'inserimento di un nuovo titolo (Titolo VIII) dedicato
all'occupazione, con l'approvazione della Carta sociale che otteneva
il consenso della Gran Bretagna di Blair.
Altre tematiche erano rinviate di cinque anni, come quella di uno
spazio comune di libertà, giustizia e sicurezza, nonché l'assorbimento
dell'UEO nell'UE, e la decisione di porre all'unanimità molte materie
che invece erano a maggioranza qualificata.
Il Trattato di Amsterdam fu firmato il 2 ottobre 1997 e aveva visto
scontrarsi i vari paesi europei: da una parte Kohl, che fu uno tra i
promotori del Patto di Stabilità e che voleva attenersi rigidamente
alle regole di Maastrich per arrivare alla moneta unica e dall'altra,
Jospin, alleato con Blair, che puntava molto alla occupazione come
tema da affrontarsi insieme alle condizioni di Maastricht.